Cisco alla Feltrinelli della galleria Alberto Sordi (che i romani continuano impunemente a chiamare galleria colonna, così come chiamao piazza esedra una piazza il cui nome sarebbe piazza della repubblica e come chiamano piazza quadrata piazza buenos aires e così via!)…
siamo arrivate un po’ trafelate, D e io, lei aveva fatto tardi a preparare la sua famosa pasta al forno siciliana, io ero in ufficio a cercare un pretesto per non suicidarmi.
trafelate e in ritardo, come al solito. ci siamo sedute per terra, io sul mio vecchio casco, Cisco era dietro una colonna, in parte coperto, nascosto, di lui solo la voce…
l’intervista era quasi finita, il question time aperto, ma io non avevo nessuna voglia di sentirgli dire le solite cose che si dicono quando ti fanno sempre le stesse domande (perché hai lasciato i Modena? cosa vuol dire che i cantanti hanno troppo potere? snobbi i concertoni perché sei snob? odi il tuo pubblico?) le domande vertono sempre su questo, cercare di capire se lui ti ama quanto lo ami tu… ovviamente il lui in questione è costretto a dirti che si, ti ama come lo ami tu, ma in realtà lui vuole solo fare musica, fare musica è il suo lavoro, la sua passione, la sua vita… in fin dei conti la musica è anche l’unico motivo per cui noi due siamo lì. la musica e nient’altro, quindi impazienti aspettiamo che smettano di domandare e riflettere (cosa sono, specchi?).
aspettiamo finché Cisco non imbraccia una chitarra e comincia a suonare.
– Ebano
– Best
– Terra rossa
– Strada
– Al dievel
– Perfecta excusa

un mini-concerto. un dono, un regalo, un miracolo.

sentire la sua voce bella e calda, a due metri di distanza, l’emozione tangibile, insieme alla gioia e capire che questo è il motivo per cui ha lasciato i Modena, perché vuole cantare e suonare davanti a 20 persone, perché vuole che la musica sia l’unico motivo, l’unico scopo, l’ìunica cosa che conta.

alla fine, fila col cd in mano, autografo di rito, un bacio, i complimenti e troppo imbarazzo per chiedergli se vuole magari cenare con noi (la pasta al forno è pronta!)…

sarà per la prossima volta, tornerà a novembre, e io ci sarò, D non lo sappiamo!

scrittori israeliani, letteratura israeliana, autori israeliani contemporanei.

la terra d’israele produce scrittori invidiabili (soprattutto quando si pensa al rapporto scrittori/popolazione). Abraham Yehoshua, Amos Oz, Shemuel Y. Agnon, e chissà quanti ne dimentico.

prima delle ferie, girovagando tra bancarelle e stand di piccole case editrici a una festa dell’unità, sono stata irrimediabilmente attratta dalle copertine delle edizioni e/o e in particolare un titolo (Le tette di una diciottenne) ha catturato il mio sguardo.

Etgar Keret, copertina del libro "Le tette di una diciottenne"     Etgar Keret, copertina del libro "Pizzeria Kamikaze"

(si dice che l’amore venga dagli occhi…)

non conoscevo Etgar Keret, sebbene in Israele sia molto noto, in Italia ben poco è stato pubblicato.

i due libri che ho comprato, Le tette di una diciottenne, per l’appunto, e Pizzeria kamikaze, sono raccolte di racconti, alcuni brevi e brevissimi (due pagine appena), altri più lunghi, come quello che dà il titolo alla seconda raccolta e che ci mostra il mondo parallelo in cui vivono i suicidi.

quello che colpisce è il rapporto che ha questo giovane israeliano con la morte, presenza costante, ineluttabile, cercata o temuta (cercata e temuta), in una terra che con la morte ha a che fare quotidianamente e in modo eclatante (le bombe sono eclatanti, non passano inosservate).

sembra proprio vero che, mentre all’inizio del secolo scorso il grande tabù era il sesso (Freud insegna...) ora il grande tabù è la morte (l’11 settembre insegna). scriverne e leggerne può servire forse a esorcizzare le nostre paure, e in questo, forse, i racconti di Keret ci aiutano, facendoci fare un sorriso non di troppo sulla paura di morire.

"Donna coraggiosa"

oggi un uomo che non avevo mai visto prima mi ha chiamata così. non che avessi fatto chissà cosa per meritarmi questo suo appellativo, ma le sue parole, ora che la giornata trascorre lenta e uguale alle altre mi stanno facendo pensare.

mi piacerebbe essere davvero, fino in fondo, una donna coraggiosa, ma è difficile, so di non esserlo, anzi, il mio coraggio è così profondamente legato alla paura che definirmi coraggiosa è quantomeno inesatto.

solo, cerco, con coraggio, di mettere ordine nella mia vita così come ho messo ordine nel mio portafogli, e prendo appunti sui post-it gialli (pagare le bollette, prenotare treno, telefonare a valentina…), post-it gialli che si accumulano cercando di mettere in ordine il caos.

e così, dopo una lunga estate di musica, libri, africa, sole, mare e 16 ore di vacanza ogni giorno provo coraggiosamente a ricominciare.

settembre, molto più di gennaio, è il vero inizio d’anno, il mese che vede più buoni propositi e buone intenzioni, il mese dei "farò".

io, intanto, mi iscrivo all’università, viaggio verso milano, manfredonia e bologna, studio swahili e inglese, vado a pugilato e faccio yoga, leggo e vado in bicicletta. lavoro.

coraggiosamente, dopo il dolore, la tristezza, l’ansia e la paura cerco di ritrovare la gioia e la serenità. penso alle grida di gioia di mia nipote, penso ai visi dei bambini africani, penso che posso fare qualcosa. e questo mi da speranza.

nel frattempo leggo, essendo il periodo giusto, Windows on the World, di Frédéric Beigbeder. è il racconto della mattina dell’undici settembre 2001, nel ristorante dell’ultimo piano della torre nord del World Trade Center, la prima colpita e l’ultima a cadere. un paio d’ore di dialogo tra un agente immobiliare in gita con i suoi due bambini a New York e Beigbeder stesso, che, seduto al tavolo di un bar parigino commenta e riflette. a me Beigbeder piace, quindi, anche per questo libro, il commento è positivo. ma so bene che si tratta di autore non facile da amare.

"L’unico modo per sapere cosa è successo nel ristorante del 107° piano della Torre Nord del Word Trade Center, l’11 settembre 2001 tra le 8.30 e le 10.29, è inventarlo"