haruki murakami, 1Q84 (libri 1-3)

1Q84se ci si avvicina a questo libro pensando di leggere qualcosa di inconfondibilmente “giapponese” si rimarrà delusi.

se ci si avvicina a questo libro pensando di rimanere imbrigliati in descrizioni, dettagli e aggettivi si rimarrà delusi.

è il primo libro di murakami che leggo. e un po’ mi ha delusa.

non tanto però per quello che ho scritto, quanto perchè non mi aspettavo il “genere”. non mi aspettavo due lune in cielo, non mi aspettavo una trama complessa spiegata solo in parte, non mi aspettavo di dover mettere da parte le mille curiosità (chi sono i little people? cosa è una crisalide d’aria? chi è e che poteri ha davvero fukaeri? e il leader, è colpevole o no di ciò di cui lo accusano e per cui muore? a cosa servono receiver e perceiver e mother e daughter?).

ma lo stile, il modo in cui viene raccontata la storia, i capitoli voce dei singoli personaggi (prima solo aomame e tengo poi anche ushikawa), è coinvolgente e ti rende difficile interrompere la lettura.

la tramam del libro è complessa, elaborata, mi sono ritrovata a parlarne con paolo, spesso, per fare “il punto della situazione” e ho fatto venire voglia a lui di leggerlo (a lui sono sicuramente più congeniali queste atmosfere oniriche e surreali, abituato come è alla letteratura di fantascienza).

rimane il fatto che il modo di scrivere di murakami è perfetto, lo stile, le parole… e penso a quanto i complimenti vadano anche al traduttore, in un caso come questo (anche se gli editor, invece, avrebbero dovuto fare più attenzione, ci sono parecchi errori, molti piccoli e un paio più rilevanti).

e alla fine viene voglia di leggere altro di murakami, per cui si accettano consigli (e prestiti ;-)).

e, se siete curiosi, ecco la sinfonietta di janacek…

haruki murakami, 1Q84, libri 1 e 2

haruki murakami, 1Q84, libro 3

le creature selvagge, dave eggers

dave eggers, le creature selvaggecome si possa, da un albo illustrato che riporta non più di una decina di frasi, creare un film di due ore e un libro di 200 pagine è un mistero che ancora non mi spiego.

ancora di più perché sia il film che il libro sono il perfetto complemento di quell’albo, la giusta interpretazione.

dave eggers dice di aver amato il libro di sendak fin da bambino.
e deve averlo letto cento o mille volte, deve averne studiato le immagini con la lente d’ingrandimento, deve averci dormito insieme e sognato di essere max per notti e notti.

altrimenti non si spiega questa corrispondenza così assoluta e così totale e così intensa.

la storia è quella nota, max, mandato a letto senza cena, giura vendetta e “scappa” di casa e approda in un’isola popolata da creature selvagge. nonostante siano mostri terrificanti max li sottomette e ne diventa il re.
è incredibile vedere come i bambini si immedesimino nell’eroe max e come capiscano al volo, meglio di quanto possa fare io adesso, scrivendo, la natura di quegli esseri mostruosi, che altro non sono che le nostre paure, il nostro lato selvaggio, il nostro immaginario.

per fabio, che ama i mostri e lascia caramelle nell’armadio per il “suo” babau, questo libro è stata una rivelazione (nonostante la fatica di portarne a termine la lettura, che ha richiesto quasi un mese!) completata dalla visione del film.

un modo bellissimo per far capire ai bambini che i sentimenti che proviamo possono a volte essere esplosivi e distruttivi, ma che alla base c’è sempre l’amore, che l’amicizia vale più di ogni cosa e che la casa è il luogo dove far ritorno (quando se ne sente il bisogno) e che, alla fine di tutto, comunque ne è valsa la pena.

dave eggers, le creature selvagge

maurice sendak, nel paese dei mostri selvaggi

spike jonze, nel paese delle creature selvagge

spike jonze, nel paese delle creature selvagge

ernest e celestine, daniel pennac

ernest e celestine, daniel pennacpennac è un po’ come baricco, chi lo ama e chi lo odia.
e io, che sono di bocca buona e leggo tutto, lo amo.

ernest e celestine è un libro per bambini.
infatti l’ho comprato per fabio e a lui l’ho letto ogni sera, un capitolo alla volta (perché questo è stato il primo libro lungo che abbiamo letto insieme! un traguardo!).

è la storia dolcissima di un topo e di un orso (e non di una topolina e di un grande orso cattivo).

una storia di amicizia senza frontiere e senza censure che penso sia piaciuta a fabio soprattutto per questo, perché i due amici sono così diversi eppure continuano a volersi così tanto bene.

è un libro semplice, ma non stupidamente facile, di quelli che più mi piacciono per fabio e che scelgo con gioia, perché non lesina le parole difficili e inusuali e spinge a chiedere e a fare domande.

lo stesso pennac ne parla così: “l’ho scritto per il bambino che è in noi affinché lo legga a voce alta ai bambini che lo circondano“.
così è stato per noi, con reciproca soddisfazione.

daniel pennac, ernest e celestine

kurt vonnegut, mattatoio 5 o la crociata dei bambini

mattatoio 5 o la crociata dei bambini, kut vonnegutAvevamo dimenticato che a fare la guerra sono i ragazzini. Quando ho visto quelle facce appena rasate, è stato uno choc.
‘Dio mio, Dio mio,’ mi sono detto, ‘questa è la Crociata dei Bambini’.

la crociata dei bambini fu un movimento di poveri che dalla francia e dalla germania cercarono di raggiungere la terra santa nel 1212 e finirono venduti schiavi a mercanti musulmani. sull’attendibilità delle fonti si dibatte ancora e non si ha la certezza che si trattasse davvero di puer/fanciulli o di pauper/poveri.

ma tant’è. il senso del racconto è nella follia delle gesta, nell’assurdità di voler mandare bambini a liberare la terra santa.

il libro di kurt vonnegut è invece un libro di fantascienza (è vero AVEVO detto che la fantascienza non mi piace, non è proprio tutta colpa mia se continuo ad incapparci) e narra le vicende assurde che capitano a bill pilgrim (il pellegrino, come i crociati, appunto) tra viaggi nel tempo e nello spazio, con alieni, una moglie non amata e due figli estranei.

è un libro contro la guerra, uno dei più devastanti e più sinceri.

perché della guerra mostra quello che più di tutto va mostrato: l’assurdità e la follia.

della distruzione di dresda avevo già letto, tanto tempo fa, nel libro Storia naturale della distruzione, di W. G. Sebald. avevo letto con sconcerto della donna che tiene nella valigia il cadavere carbonizzato del figlio (e mi aveva fatto una terribile impressione già allora, che non ero madre e davvero “non potevo capire” il senso di quel gesto). avevo letto dell’ineluttabilità degli eventi. quelle bombe erano state costruite e dunque dovevano essere usate (semplice conseguenza di un processo economico assurdo). avevo letto delle città tedesche senza ombre, senza più un edificio o un albero a fare da riparo. degli animali dello zoo di berlino in fiamme.

ora il libro di vonnegut mi fa tornare alla mente quelle scene.

ma lo fa in un modo meno tremendo, con pause quasi comiche di scene di vita coniugale (o quasi) in una bolla di vetro sul pianeta di tralfamadore, con la descrizione surreale degli abiti di bill, con i cambi di tempo che spostano continuamente lo scenario, da quello drammatico del tempo di guerra a quelli del tempo di pace.

e questo modo più lieve ma non meno inciviso mi ha permesso di vedere la piena assurdità della guerra.

il giovane e inadatto bill (così come il giovane kurt) arrivano da prigionieri a dresda e per la prima volta rimangono abbagliati dalla bellezza di una città europea, come in america non ce ne sono, antica, nobile, elegante.
e poi assistono alla sua distruzione, alla sua trasforazione in un cimitero a cielo aperto.

uscirono dal loro buco sotto il mattatoio n°5 il 15 febbraio 1945 e della città di dresda non era rimasto nulla.

che il bombardamento delle città tedesche fosse inutile ai fini della risoluzione della guerra è chiaro, che sia stato un atto inumano è certo, che si sia cercato di passarlo sotto silenzio per 40 anni è ignobile.
ho però letto in rete articoli farneticanti sul “vero olocausto” e questo non mi è piaciuto.

il sonno della ragione genera mostri. il primo dei suoi figli è la guerra.

kurt vonnegut, mattatoio 5 o la crociata dei bambini

elie wiesel, la notte

Elie Wiesel, La notteelie nasce in ungheria, a sighet. vuole studiare il talmud, la cabala, piange mentre prega e chiede perdono di tutti i suoi peccati.

ha un amico, il solitario moshe, che gli parla di dio e delle domande da fare e delle risposte (che non è dato capire).

la notte è la storia di un popolo che crede troppo in dio per poter credere in un uomo, la storia di una comunità che avrebbe potuto salvarsi e non ha ascoltato il suo salvatore quando è giunto perché non aveva l’aspetto del cristo che attendeva da secoli.

la notte è un piccolo libro tremendo, pieno di orrore, di paura, di puzza.

parla di come dio può morire nell’animo di un uomo. di come sia difficile restare umani quando si è diventati solo uno stomaco, quando solo lo stomaco sente il tempo passare e la zuppa e il pane sono tutta la vita.

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.

Mai dimenticherò quel fumo.

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.

Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.

Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.

Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»

questo è un libro che vorrei che mio figlio leggesse. non ora, non per avvelenargli l’infanzia, ma più grande, perché sappia e ricordi e sapendo e ricordando non possa tacere.

Elie Wiesel, La notte (suggerimento di Roberto Saviano)

il cervello delle mamme

il cervello mamme“... joey urla perché gli ho rifiutato una seconda porzione di dolce. usa un’espressione che sicuramente io non conoscevo in terza elementare e che non mi sarei mai sognata di gridare in faccia a mia madre… ci guardiamo negli occhi… traggo un sospiro poi gli dico che gli voglio bene… immagino una moltitudine di guru dei consigli genitoriali che mi tributa una standing ovation mentre mi auguro che un giorno l’esempio del mio autocontrollo della mia maturità sia utile a joey…

grazie serena di avermi prestato il libro!
se non vi da fastidio essere paragonate, per circa 300 pagine,a topi, ratti, scimmie e altri animali vari, allora questo libro vi darà moltissimi spunti per essere (ancora) più orgogliose della vostra maternità.
oltre i luoghi comuni che vedono le donne, dal momento che sono incinte, come esseri privi di cervello e di forze e di iniziative, migliaia di esempi chiari, lampanti ed edificanti di come la maternità ci rende migliori.
ci rende più sensibili all’ambiente, agli altri, alle relazioni sociali, migliora le nostre performance mnemoniche e di elaborazione dei dati.
nel retrocranio, mentre leggevo, nasceva però l’idea, sempre in agguato, che anche questa acquisizione si ritorcerà contro di noi, perché se la maternità ci rende davvero migliori, di sicuro c’è (o ci sarà presto) da qualche parte qualcuno pronto a sfruttare tutti questi superpoteri per farci lavorare ancora di più, eccellere ancora di più e competere alla maniera degli uomini. in una corsa in stile “ma come fa a fare tutto” che ci porterà all’esaurimento nervoso e fisico.
inoltre, ultima riflessione, se è vero che la maternità ci offre la spinta a migliorare o anche solo a cambiare, è anche vero che bisogna volerlo, che sono fin troppe le donne che, avuto un figlio, decidono di tirare i remi in barca (in mille modi diversi) e non si danno la possibilità concreta ed entusiasmante di cambiare.

non è un paese per vecchie…

non è un paese per vecchie, il libro di loredana lipperini, è confuso e sembra girare in tondo attorno a qualcosa, e non sempre si ha chiaro cosa sia.
ma è confuso perché è un libro di neanche 300 pagine laddove ne sarebbero servite 3000.
ma 3000 pagine sono invendibili e forse anche illeggibili.
e invece con le sue 300 la lipperini apre un mondo, fa luce su qualcosa, un argomento, delle idee.
l’italia non è un paese per vecchie, non lo è neanche il resto del mondo, a quanto pare, ma l’italia rimane sempre orgogliosamente un po’ indietro (rispetto a fratelli e cugini europei).
i vecchi sono la causa di ogni male, vengono ripudiati, nascosti, maltrattati, uccisi.
vengono sviliti, parlando loro come a bambini, umiliati chiamandoli tutti “nonni”, anche quando non lo sono.
accusati di essere dei mangiapane a tradimento, quando ogni statistica mostra che, se non sono terribilmente poveri, contribuiscono non poco al benessere economico della loro famiglia.
i vecchi sono invisibili, in televisione o nei giornali, a meno che sembrino non-vecchi (perché rifatti, tirati, lisci, nonostante tutto) o si rendano ridicoli (come le velone o gli anziani corteggiatori della maria nazionale).
le vecchie poi, stanno ancora peggio, e, in una classifica dei poveri, risultano ancora più povere, più sole, più abbandonate e più derelitte.

il problema è che la soluzione non c’è, neanche la lipperini ne suggerisce una.
o meglio, forse una soluzione è nelle persone, nei singoli, nel personale.

perché la felicità di questi vecchi dipende da come noi li guardiamo quando li incrociamo per strada, da cosa pensiamo di loro quando li vediamo in fila alla posta, da come rispondiamo loro quando ci chiedono qualcosa.
ovvio che questo non è tutto, ma non sarebbe già qualcosa? non sarebbe già abbastanza?
poi certo, dopo, in seguito, ci vorrebbe uno stato diverso che metta in conto di cominciare a occuparsi anche di cose serie, come, ad esempio, il nostro futuro…