[qui era la foto di due gatti in regalo, pensato un po’ alla locandina di “gatto nero, gatto bianco”…]
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Amado mio, di P. P. Pasolini
Amado mio, come la canzone cantata da Rita Hayworth in Gilda.
Io ora l’ascolto nella versione di Carmen Consoli.
Tante cose tornano o ritornano, come se girassero in tondo.
Il secondo dei due racconti, quello che dà il nome al libro, è breve, conciso, nel numero di pagine, nello stile e nel tempo narrato (i pochi mesi, forse solo qualche settimana, dell’estate di due giovani nelle campagne del Friuli).
Del primo sembra l’elaborazione successiva, il fratello maggiore.
Il primo è ancora una bozza (all’origine la precarietà doveva sentirsi ancora di più, con l’indecisione, rimossa dal curatore, tra la prima e la terza persona narrante) in cui né i tempi né i nomi dei luoghi e dei personaggi sono definitivi, in cui alcuni episodi sono accennati, sembrano tendere verso elaborazioni più complesse e invece poi muoiono, si perdono, restano indietro, dimenticati.
Le storie però sono simili, l’amore di un ragazzo per un ragazzino, l’iniziazione morosa e sessuale del più piccolo a opera del più grande. Ho letto questo libro con apprensione e qualche dubbio (morale?). Ora proseguo nella scoperta del più grande scrittore italiano del ‘900. Mi aspetta Il sogno di una cosa, prima del definitivo salto verso i capolavori.

copertina del libro Amado mio di P. P. Pasolini, Garzanti

me ne vado in vacanza, la valigia pesante di libri (Pasolini, Guevara, Granado, Terzani, Simone de Beauvoir).
ci ritroveremo a settembre, con il progetto di leggere almeno un libro a settimana e di tenere traccia dei libri comprati e dei libri letti…
buone vacanze a tutti.
frank

Una promessa è una promessa, quindi ecco le ricette!

Marmellata di banane e mele al rum

banane mature e profumate
mele (quelle un po’ appassite, dolci e farinose vanno benissimo)
1 kg di zucchero ogni 2 kg di frutta (pronta, senza buccia e torsoli)
un bicchierino di rum scuro
a piacere puoi aggiungere qualche spezia, secondo me ci stanno bene la cannella e la noce moscata.

Sbuccia e taglia tutta la frutta a pezzetti.
Metti in una pentola la frutta con poca acqua (mezzo bicchiere circa) e fai cuocere finché non è spappolata (più o meno 30 minuti), quindi aggiungi lo zucchero e cuoci per un’altra ora circa.

Attenzione, poichè le banane non producono una vera e propria marmellata, i soliti metodi per controllarne la cottura non funzionano bene, è quindi necessario "fare a occhio".

Un attimo prima di toglierla dal fuoco versa il bicchierino di rum, mescolando con vigore. L’alcool evaporerà quasi completamente, lasciando però un profumo irresistibile.

Quando è pronta versa la marmellata bollente nei vasetti puliti, chiudi e capovolgi.
È una marmellata dolcissima, ottima sul pane, o come farcitura per le torte.

Marmellata ciliege con chiodi di garofano

ciliege
0,5 kg di zucchero ogni Kg di ciliege (snocciolate)
chiodi di garofano

La preparazione è un po’ lunga, bisogna infatti snocciolare tutte le ciliege! Prova a usare uno snocciolaolive, non si sa mai!

Metti in una pentola le ciliege e i chiodi di garofano in un sacchetto di garza ben chiuso, io metto nella garza anche i noccioli delle ciliege, magari non tutti, perché danno un ottimo sapore e migliorano la gelificazione. Fai cuocere una mezz’ora e poi aggiungi lo zucchero. Cuoci per un’altra ora circa.

Quando è pronta versa la marmellata bollente nei vasetti puliti, chiudi e capovolgi.

Che dire? Peccato che adesso le ciliege non siano più di stagione, ma fortuna che ho avuto modo di farne un po’…

Marmellata di kiwi, pere e whisky con cannella e noce moscata

kiwi maturi
pere
700 gr. di zucchero ogni kg. di frutta (sbucciata e senza torsoli)
1 bicchierino di whisky
cannella
noce moscata

Sbuccia i kiwi e le pere pesali e tagliali a tocchetti. Metti la frutta in pentola con 1 bicchiere d’acqua circa e le spezie e cuocila finchè non sarà spappolata.

Attenzione: le spezie puoi metterle in due modi, in polvere direttamente insieme alla frutta oppure a pezzetti, in questo caso racchiudile in una garza (tipo quelle delle bomboniere) ben chiusa con un filo (il tutto bianco, ovviamente!). Il fagottino di spezie potrai toglierlo a cottura ultimata.

A questo punto aggiungi lo zucchero. Continua la cottura finché la marmellata non sarà pronta.

Un attimo prima di togliere la marmellata dal fuoco versa il bicchierino di whisky, mescolando con vigore. L’alcool evaporerà lasciando solo l’aroma amarognolo del whisky.

Finalmente versa la marmellata bollente nei vasetti puliti, chiudi e capovolgi.
È una marmellata particolare, picchiettata dai semi del kiwi, leggermente asprigna, ma molto saporita. Io l’ho provata con i muffin e sta benissimo.

Marmellata melone e pesche con cannella e cardamomo

melone
pesche
1 kg. di zucchero ogni 2 kg. di frutta (sbucciata, senza torsoli e senza semi)
cannella
cardamomo

Sbuccia e taglia tutta la frutta a pezzetti.
Metti in una pentola la frutta, le spezie e un po’ d’acqua. Fai cuocere finché la frutta non è spappolata, quindi aggiungi lo zucchero e cuoci per un’altra ora circa.

Attenzione: le spezie puoi metterle in due modi, in polvere direttamente insieme alla frutta oppure a pezzetti, in questo caso racchiudile in una garza (tipo quelle delle bomboniere) ben chiusa con un filo (il tutto bianco, ovviamente!). Il fagottino di spezie potrai toglierlo a cottura ultimata. Il cardamomo ti consiglio di metterlo intero.

Quando è pronta versa la marmellata bollente nei vasetti puliti, chiudi e capovolgi.
È ottima con i formaggi.

Un appunto: togliendo preventivamente fagottini di spezie e altro, potresti provare a frullare la frutta prima di aggiungere lo zucchero, in questo modo la marmellata sarà decisamente vellutata e diventerà quasi come un miele, ancora più adatta ad accompagnare i formaggi.

Tre vasetti di marmellata davanti alla finestra. Immagine presa da GettyImages (http://creative.gettyimages.com/source/home/home.aspx)

Gomorra, di Roberto Saviano

Voglio davvero scriverla questa recensione.
Voglio scriverla prima che passi il disgusto e l’ansia, prima che i particolari si affievoliscano, prima che scompaia l’odore di marcio che ho ancora nel naso.
Ma d’altronde, anche a volerla scrivere, a volerlo con tutto il cuore, da dove iniziare? Come cominciare a parlare di un libro che non mi permetterà mai più di vedere il mondo (cazzo, il mondo intero!) con gli stessi occhi di prima?
Perché mai più (mai più) potrò comprare una maglietta su una bancarella di cinesi, e per sempre (per sempre) mi domanderò con ansia dove saranno cresciuti mai i broccoli che sto cucinando, e quanti uomini saranno morti per costruire la casa che comprerò, e nulla, nulla è pulito e niente è buono, niente è legale.
Ma ora io lo so.
Io so.
Io so e conosco i nomi.
Io so.
Io so e conosco la storia, conosco i fatti, gli uomini e le azioni.
Non so se questo basterà. Però il mio ottimismo[1] è tutto qui, mi è rimasta solo questa speranza, che basterà sapere, conoscere, guardare, vedere.
E che la conoscenza genererà giustizia.

ascoltando: Cohiba di Daniele Silvestri
"C’è un’ipotesi migliore, per cui battersi e morire
e non credere a chi dice di no
perché c’è
"… speriamo bene

[1]
da www.garzantilinguistica.it
ottimismo, s. m.
1 tendenza dell’animo a cogliere soprattutto gli aspetti positivi della vita, a giudicare favorevolmente uomini e avvenimenti, a bene sperare per il futuro: considerare la situazione con ottimismo; essere in vena di ottimismo, nutrire ottimismo; un cauto ottimismo, una previsione moderatamente favorevole
2 (filos.) denominazione della tesi di Leibniz (1646-1716) secondo la quale Dio ha creato il migliore fra tutti i possibili mondi che avrebbe potuto creare | ogni dottrina che creda nella bontà naturale dell’uomo e neghi la realtà assoluta del male.

Tre camere a Manhattan, di Georges Simenon
Come si passa dall’indifferenza all’ossessione?
Combe ignora tutto di Kay e Kay ignora tutto di Combe.
Eppure la sola idea di separarsi, di allontanarsi risulta loro intollerabile.
Nell’irrazionale di questa settimana di vita vissuta dai due la genesi della passione, che sconvolge due esistenze, le rovescia, e proietta in una dimensione aliena.
Kay non è né abbastanza giovane né abbastanza bella.
Combe non è né abbastanza famoso né abbastanza ricco.
Sono, forse (e forse questo sentono), alla loro ultima occasione, al bivio tra la disperazione e la salvezza.
Questo li spinge e li avvicina, solo questo.

Qui su questo autobus, mentre scrivo tornando a casa, mi guardo attorno e penso.
Quanti di questi uomini e donne intorno a me (n
é giovani, né belli, né famosi, né ricchi) quanti stanno tornando a casa con la stessa anima in subbuglio, quanti pensano con ansia alle loro tre camere in cui vive la loro passione?

copertina del libro Tre camere a Manhattan di Georges Simenon, ed. Biblioteca Adelphi

Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici, di Piergiorgio Odifreddi
io, ex cattolica, ex catechista, ex ragazza di oratorio, ex frequentatrice della messa 52 settimane all’anno, io, che sono andata in convento per una settimana (e avevo 16 anni) e ho fatto ritiri spirituali, partecipato a gruppi di preghiera, cantato inni, adorato ostie e letto la bibbia (si, tutta, dal genesi all’apocalisse).
io ho trovato questo libro di una chiarezza, di una forza, di una precisione imbarazzante.
dovrebbe essere il libro di testo dell’ora di religione, dovrebbe essere adottato da tutte le scuole.
Perché dunque non possiamo essere cristiani?
Perché meno che mai possiamo essere cattolici?
Perché queste due religioni (come tutte le religioni, aggiungo io, e aggiunge anche Odifreddi) sono la quintessenza dell’irrazionale, dell’assurdo, dell’illogico.
Perché però, a differenza di altre religioni, pretendono che il loro assurdo venga elevato a verità di scienza (e in questo dunque in cosa sono differenti dall’Islam che pretende che il suo "assurdo" venga elevato a verità di Stato?).
Lo dice scherzando un comico dal palco, ma è vero, nonostante i dietro front imbarazzati e imbarazzanti di molti, che la Chiesa non si è mai evoluta. Mai. C’è un filo continuo che va dal rogo di Giordano Bruno ai funerali mancati per Welby, al no (vergognoso, scandaloso, immorale) ai referendum sulla procreazione assistita e le cellule staminali. Il filo rosso (rosso sangue) dell’intolleranza, della superstizione, del controllo del popolo (perché la scienza rende liberi e gli uomini liberi sono spaventosi, pericolosi, ingombranti).
Certo, molti, nella chiesa hanno fatto e fanno cose buone (e qui, breve parentesi, chiedo scusa a tutti quelli che da queste mie parole si sentiranno colpiti, da tutti i miei amici che in chiesa ci vanno e pregano, ai miei amici sacerdoti, che ogni giorno fanno del bene nelle piccole comunità che sono loro state assegnate), ma spesso fanno cose buone che sono contrarie ai dettami ufficiali della chiesa. Perché tra ciò che dice il profeta Gesù e i duemila anni di dogmi assurdi e menzogneri che gli sono stati cuciti addosso ce ne passa… e quel che ci passa è, nella maggior parte dei casi, folle e assurda menzogna.

copertina del libro di Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), ed. Longanesi

Medea non è un’infanticida.
Per chi, come me, ha studiato i classici greci e poi, dopo il liceo, se ne è abbastanza dimenticato, questa scoperta può diventare sconcertante.
Qualcuno pagò Euripide perché desse una versione filo-greca della storia di Medea e Giasone.
E lui lo fece.
E per duemila anni la barbara Medea è stata il prototipo della madre snaturata, della donna accecata dalla passione e dal furore.
Invece no.
Christa Wolf ci racconta un’altra storia.
E ci convince.
Medea, non maga ma guaritrice, non infanticida ma svelatrice degli inganni e degli assassini del potere.
Medea, che come ogni donna guarisce da un amore amando ancora, che si fida delle sue compagne e protegge i suoi figli.
Medea-Voci, inoltre è scritto come se in una tragedia ci fosse solo il coro, ma un coro composto, di volta in volta, di una sola persona, quella la cui voce arriva fino a noi.
Medea, Giasone, Leuco, Acamante, Glauce ci raccontano ognuno la sua parte di storia e da tutte queste storie parziali ricaviamo la Storia completa.
Christa Wolf scrive con una scrittura incantata, che sembra venire diretta dalla Grecia antica, aspra e ruvida, secca, tagliente e precisa.
Quanti libri così belli ho letto nella mia vita?
Pochi credo.
Quanti romanzi ti dicono così tanto sulla tua vita, sulla società in cui vivi, sui tempi odierni?
La manipolazione della storia, il diverso che diventa la causa di ogni male e il capro espiatorio (in questo caso materialmente) di ogni pestilenza.
Quanto c’è di moderno nelle favole antiche?
E il dubbio, che tutto quanto sappiamo, tutto quanto leggiamo, tutto quanto ascoltiamo e vediamo sia falso.

Leuco:
«Ora me ne sto qui seduto e cono costretto a dirmi che proprio su questa capacità di sopportare l’insopportabile, e tuttavia continuare a vivere, e tuttavia continuare a fare ciò che si è abituati a fare, proprio su questa sinistra capacità si fonda la stabilità del genere umano. […] Io, tra tutti questi mondi lontani, solo sul mio mondo che tanto meno mi piace quanto più lo conosco. E, non posso negarlo, capisco. Tanto più esamino la mia anima. Tanto meno desidero ammettere ciò che l’esame mi prova, che non trovo un solo misfatto cui ho assistito negli ultimi tempi, in relazione al quale io non abbia capito entrambe le parti. Non scusato, questo no, ma capito. Gli esseri umani col loro accecamento. Questa coazione a capire mi sembra un vizio da cui non riesco a liberarmi e che mi isola dagli altri. Medea ne sapeva qualcosa.»

p.s. prima o poi scriverò anche della bellezza delle Edizioni E/O e del loro più grande difetto…