haruki murakami, 1Q84 (libri 1-3)

1Q84se ci si avvicina a questo libro pensando di leggere qualcosa di inconfondibilmente “giapponese” si rimarrà delusi.

se ci si avvicina a questo libro pensando di rimanere imbrigliati in descrizioni, dettagli e aggettivi si rimarrà delusi.

è il primo libro di murakami che leggo. e un po’ mi ha delusa.

non tanto però per quello che ho scritto, quanto perchè non mi aspettavo il “genere”. non mi aspettavo due lune in cielo, non mi aspettavo una trama complessa spiegata solo in parte, non mi aspettavo di dover mettere da parte le mille curiosità (chi sono i little people? cosa è una crisalide d’aria? chi è e che poteri ha davvero fukaeri? e il leader, è colpevole o no di ciò di cui lo accusano e per cui muore? a cosa servono receiver e perceiver e mother e daughter?).

ma lo stile, il modo in cui viene raccontata la storia, i capitoli voce dei singoli personaggi (prima solo aomame e tengo poi anche ushikawa), è coinvolgente e ti rende difficile interrompere la lettura.

la tramam del libro è complessa, elaborata, mi sono ritrovata a parlarne con paolo, spesso, per fare “il punto della situazione” e ho fatto venire voglia a lui di leggerlo (a lui sono sicuramente più congeniali queste atmosfere oniriche e surreali, abituato come è alla letteratura di fantascienza).

rimane il fatto che il modo di scrivere di murakami è perfetto, lo stile, le parole… e penso a quanto i complimenti vadano anche al traduttore, in un caso come questo (anche se gli editor, invece, avrebbero dovuto fare più attenzione, ci sono parecchi errori, molti piccoli e un paio più rilevanti).

e alla fine viene voglia di leggere altro di murakami, per cui si accettano consigli (e prestiti ;-)).

e, se siete curiosi, ecco la sinfonietta di janacek…

haruki murakami, 1Q84, libri 1 e 2

haruki murakami, 1Q84, libro 3

musica e parole

dimentica una cosa al giorno,
come i tratti di un disegno,
perché devi cancellarlo
prima che ti prenda il sonno,
quasi dopo tanto tanto amore,
madre,
non avessi amato mai.

dimentica una cosa al giorno,
l’albero che arrampicavi,
l’uomo che giocava il cielo,
l’uomo che tu perdonavi,
la ferita dell’addio dai figli, madre,
una cosa al giorno, sai…

per non scordarle tutte insieme,
tutte all’ultimo minuto,
quando il cuore non ce la fa più
a reggerle,
tenerle tutte lì,
e non potrai sorridere così.

dimentica una cosa al giorno,
Napoli,
la nostra casa,
l’uomo che ti uscì da un sogno,
che brillò nella tua ombra,
tutto quello che ci hai dato,
madre,
e non hai voluto indietro mai.

dimentica una cosa al giorno,
madre,
grande lago calmo,
prima stella della sera,
foglia gialla dell’autunno,
vecchio cucciolo all’abbraccio che volevo darti
e non ti ho dato mai.

e se in quell’ultimo momento
si sciogliesse tutto il tempo,
e tu senza dolore andassi via,
io ti terrei la mano nella mia.

ma dopo aver dimenticato
tutto quello che è passato,
come un vento che non soffia più,
dimentica, per ultimo, anche me
o non potrei dimenticare te.

(qui la musica)

caparezza + arthur schopenhauer – l’arte di conoscere se stessi

concerti e letture – estate 2009 /3
caparezza a rock in roma + l’arte di conoscere se stessi di arthur schopenhauer

caparezza a rock in roma é un tuffo nel passato.
un tuffo nel 2006, quando per la prima volta sono stata a un suo conceerto e ho deciso che lo avrei sposato (davvero, cosí su due piedi vedendolo sul palco saltare come un grillo).
quella sera di 3 anni fa saltai anche io, dall’inizio alla fine, senza sosta.
quest’anno no, ma non perche me ne manchi la voglia, é che le condizioni non sono piú le stesse e forse anche per questo che il concerto mi é sembrato un po’ piú spento del solito. diciamo anche che da quel primo concerto non ne ho piú saltato uno, quindi ne avró visti almeno 4 o 5 in 3 anni (al chiuso e all’aperto, da villa ada all’alpheus, passando per le piazze delle notti bianche e di san giovanni) e forse sono troppi… forse mi sono abituata alle scenette sul palco, che la prima volta mi hanno entusiasmato.
forse perché l’ultimo album mi é piaciuto meno degli altri. ma sono considerazioni tutte mie.

di obiettivo c’é che un concerto di caparezza é sempre un’esperienza divertente, allegra e coinvolgente, perché sul palco tutti quanti contribuiscono a rendere l’atmosfera scatenata e lui (il MIO michele) non si risparmia un minuto.

infine i concerti di caparezza sono belli per la congerie di gente che li frequenta, trentenni con bambini piccoli che cantano insieme tutte le canzoni, quindicenni scatenati, ventenni che riflettono sui testi, donne incinte e neonati. ai concerti di caparezza c’é di tutto, ma entro i 40 anni.
chi vivrá vedrá se questo funambolo delle parole e della musica saprá accompagnarci fino al nuovo decennio o se ascolteremo con rimpianto fra qualche anno i "vecchi ciddí".

l’arte di conoscere se stessi di arthur schopenhauer, un libretto di massime che erano state scritte per essere private e forse private avrebbero dovuto rimanere. cosa ci dicono queste pagine del filosofo del pessimismo? ci dicono della sua misoginia e della sua misantropia, del suo sentimento di superioritá nei confronti degli altri, delle loro parole e dei loro affari.
ci offrono il ritratto di un uomo che decide di restare solo, assolutamente solo, per dedicarsi in modo completo, esclusivo e totale al compito cui si sente chiamato, la filosofia.
ringrazia la sua rendita che gli permette l’isolamento, giustifica la sua difficoltá a vivere con una donna, critica quanti trascorrono la propria vita immersi nel mondo (cioé nelle mondanitá).

una curiosita finale. gli originali del libretto (piuttosto una raccolta di appunti privati) furono bruciati dall’esecutore testamentario che peró, prima di distruggerli, li utilizzó per scrivere una biografia del filosofo. cosí solo con tempo e pazienza si é riusciti a estrapolare da quel testo i passaggi autografi di schopenhauer.
l’ordine peró era perso per sempre, cosí gli appunti sono stati ordinati in modo arbitrario per "argomento"… un po’ come é stato fatto per il corano, i cui versetti sono ordinati per lunghezza.

franz ferdinand + killers + alessandro piperno – con le peggiori intenzioni

concerti e letture – estate 2009 /2
franz ferdinand + killers a rock in roma e con le peggiori intenzioni di alessandro piperno

cominciamo subito con il dire che i franz ferdinand mi hanno entusiasmato piú dei killers.
il loro rock&roll é sinceramente allegro e spensierato, senza troppe pretese che non siano far muovere i piedi alla gente.
e in questo riescono benissimo, che é impossibile stare fermi sentendoli suonare (e poi dal vivo fanno davvero un effetto strepitoso, sono bravi, atletici, coreografici)
i franz ferdinand, poi, li avevo giá ascoltati, semi-sconosciuto gruppo spalla dei depeche mode al concerto romano del 2006, e da allora qualche loro pezzo é nella mia compilation "da bicicletta", proprio per la verve e l’energia che trasmettono (cosa c’é di meglio per affrontare la salita di via dei serprenti in contromano?).

dei killers invece conoscevo solo le canzoni piú passate alla radio, quindi non moltissimo. lo spettacolo sul palco peró é stato davvero bello e a me piace da morire quando alla musica (magari non la piú esaltante del mondo, lo ammetto) si accompagna una scenografia che abbaglia e soddisfa anche la vista.
ben vengano quindi le lucette e i fuochi d’artificio!
i killers peró non sono diventati la mia band preferita dell’estate.

alessandro piperno, nato a roma nel 1972, un anno prima di me, scrive della vita di quei ragazzi che quando io avevo 13-18 anni chiamavo i pariolini.
io, nata e cresciuta a torpignattara (e che in borgata ci sta bene come non mai, tanto che ci é tornata a viere di recente) mi ricordo le storie narrate di questi figli di papá che tanto ci facevamo sognare e sghignazzare. vestiti superfirmati, feste di gran lusso, scuole esclusive. un mondo dorato della roma anni ’80-’90, che noi guardavamo da lontano e che ci spingevamo a spiare il sabato pomeriggio riversandoci in massa a via del corso.
le parioline e i pariolini, tanto diversi da noi, passavano snob con buste di negozi dai nomi quasi esotici per noi figli della periferia.
per questo il libro mi ha fatto cosí tanta impressione, perché io mi ricordo i pensieri e le storie di allora e il libro ti costringe quasi a tornare indietro a fare i conti con quei ricordi.
chi di noi non é caduto cosí in basso come daniel sonnino?
chi di noi non ha buttato tutto all’aria per un qualcuno o qualcosa che a 16 anni ci sembrava l’assoluto?
e sullo sfondo l’epopea mitologica dei sonnino, il nonno afflitto da manie di grandezza (che forse somiglia un po’ troppo a barney panofsky…), il padre succube del fascino della ricchezza e del potere, lo zio fondamentalista israeliano.
una storia di uomini, in cui le donne sono solo pretesti e rimangono sullo sfondo. anche la fondamentale gaia, in realtá, non é che un ritratto un po’ sfocato, della quale non si conosce mai il soggetto reale.

la scrittura poi di alessandro piperno é pulita, precisa, perfetta, senza peró essere troppo leziosa o aulica (e mi dispiace che alcuni commentatori su internet si lamentino della presenza di parole come ecfrasis e apotropaico, io, ne ho invece goduto). che bello trovare qua e lá nel testo quegli aggettivi precisi, un po’ insoliti, magari, ma perfetti nella frase.
fa piacere leggere un libro cosí finito. fa piacere perché, dopo tante traduzioni, dopo tanti testi banali, finalmente la mente gode del piacere della bella letteratura.

patti smith + nick hornby – a long way down

concerti e letture – estate 2009 /1
patti smith a villa ada e a long way down di nick hornby

patti smith, concerto di inizio luglio.
certo il 6 luglio é tardi per dare inizio alla MIA estate romana, ma viste le vicissitudini degli ultimi mesi forse é giá un miracolo essere riusciti a mettere insieme almeno 4 o 5 concerti.

si arriva presto a villa ada quest’anno, perché c’é bisogno di trovare il parcheggio per la macchina (che nostalgia il ricordo dei concerti dell’anno scorso, quando ci arrivavo in bicicletta e parcheggiavo a fianco del palco… o la libertá del motorino che puoi lasciare quasi ovunque…). comunque si fa buon viso a cattivo gioco e arrivare presto a villa ada significa anche cenare a base di kebab e patatine fritte.
ci sono le sedie pronte (ipotesi neanche presa in considerazione) e noi ci sediamo.
sul palco un pianoforte a coda, suonato dalla figlia jesse smith, sul palco con il chitarrista lenny kaye.
arriva il pubblico, ci si siede, ci si sistema (e qui devo dire che mi sono alquanto innervosita… insomma, se a un concerto ci sono le sedie, si presuppone che si possa stare seduti, questo comporta che quelli che arrivano tardi non possono, o meglio non dovrebbero, mettersi IN PIEDI davanti a quelli con le sedie… e che cazzo! alla fine peró la musica vince e anche quelli seduti si alzano, e io mi domando, ma a che servono le sedie a villa ada?).

la voce di patti smith arriva, limpida e chiara da anni passati, e fa sempre un bell’effetto. é coinvolgente, allegra e allo stesso tempo impegnata.
dedica wing all’amico roberto (saviano) e la pelle si accappona, dichiara il suo amore a roma ricordando altri due poeti che, come lei, l’hanno amata molto (keats e shelley).
patti canta people have the power, canta e tutti cantano insieme a lei sotto il palco, ma a me, sconsolata, viene da pensare che "people had the power" e se lo sono lasciato sfuggire e ora ci teniamo quello che resta.

divertente e saggio allo stesso tempo, come la musica di patti smith é anche il libro di nick hornby a long way down, letto in inglese, frutto di uno scambio internazionale (gli aspiranti suicidi di hornby contro mille anni che sto qui di mariolina venezia).
innanzitutto partiamo a parlare del fatto che il libro si legge benissimo anche in inglese, nonostante lo slang londinese (il cockney, se non sbaglio) dei cui termini sono infarciti i diari (quasi dei blog) dei protagonisti. la maggior parte dei termini che vi risultano oscuri non compaiono neanche nel dizionario oxford, per cui io li ho allegramente relegati tra quelli "non fondamentali per il plot".
il romanzo regala una visione multipla della stessa storia, quattro punti di vista personali, come quattro macchine da presa puntate sulla stessa strada da angolazioni diverse.

martin sharp, egocentrico presentatore tv e seduttore di ragazzine.
maureen, madre ancora giovane, ma rassegnata e spenta, di un figlio malato.
jess, egoista ragazza in rotta con la famiglia e con il resto del mondo.
jj, musicista, senza piu una band e senza ragazza, americano a londra senza prospettive, consegna pizze a domicilio.

tutti e quattro si ritrovano la notte di capodanno sul tetto di un grattacielo londinese (famoso pare per essere preferito dagli aspiranti suicidi) con l’intenzione di farla finita.
decideranno invece di darsi una nuova possibilitá e si avvieranno insieme verso la strada che li fará diventare cosí diversi dalle persone senza speranza che erano stati su quel tetto a capodanno.

una storia non su come farla finita dunque, ma su come tirare avanti. per questo alla fine diventa tutto, anche il libro, in un certo senso, meno divertente e molto piú noioso, perché é come la vita. l’emozione é riservata a pochi momenti (stare su un grattacielo con i piedi che penzolano fuori dal cornicione). tutto il resto é noia (ma anche no).

alessio lega – ode alla bicicletta

Ode al moto perpetuo di Alessio Lega
(Resistenza e amore)

io canto l’equilibrio del moto perpetuo
io canto la vita che si muove silente
io sussurro nell’aria in cui circolo e nuoto
io mi avvito per strade, seguo tutta la gente
e fra tutta la gente porto il genio fecondo
dell’ingegneria che sconfigge la fretta
senza strepito o fumi che inquinino il mondo
lode eterna, signori, per la mia bicicletta.

lode eterna al pedale, al manubrio, alla ruota
al fanale di dietro, alla dinamo avanti
al campanellino, alla sua unica nota
alla voce argentina che vi squilla l’attenti.

state attenti che questo è il vero progresso
ed è il nesso che lega una tecnologia
che senza ridurre il mondo ad un cesso
ti moltiplica la tua stessa energia.

"La rivoluzione – compagni – arriverà in bicicletta"
suola e pedale
questo è il vero ideale.

senza fretta – compagno – boicotta il motore
senza fare rumore
calpesta il potere.

occhio al ginocchio
è lo stinco che stendo.

la rivoluzione sta già pedalando!
il vibrante mormorio della ruota dentata
dente a dente si insinua, dente a dente incatena
la catena trattiene l’energia liberata
e la libra veloce, precisa e serena
e la bicicletta – metaforicamente –
simboleggia una vita che non sia foglia al vento
ma passione e pensiero, sia corpo e sia mente
in cui si resta in piedi finché c’è movimento.

circolare a tutti i movimentisti
lettera aperta a chi vive lottando:
ciclicamente, internazionalisti
unitevi in ogni parte del mondo!

non avrete da perder le vostre catene
ma da stenderle fra le due ruote in tensione
libertari, anarco-ciclisti conviene
arrivarci a pedali alla rivoluzione!

"La rivoluzione – compagni – arriverà in bicicletta!"
la salita ora è pesa
verrà la discesa!

senza fretta – compagno – boicotta il motore
senza fare rumore
calpesta il potere.

occhio al ginocchio
è lo stinco che stendo
la rivoluzione sta già pedalando!

per scaricare tutto l’album
per leggere tutte le parole
per seguire il blog
per saperne di più

sul perché di questa canzone:
perché è la più bella ode alla bicicletta che abbia mai letto
perché Alessio Lega ha scritto la più bella canzone sui fatti di Genova (la più bella in assoluto, mi perdonino tutti gli altri)

dublino

dublin is gone.
ireland is a remembrance.
now it only remains for me to looking for the most beautiful photos and put them in order into an album.
where is all that music?
where is all that rain?
where are those strange irish guys?
i’m missing ireland.
i lack the new friends and new flavors.
i miss all that green and all those flowers.
rome is stifling.
it is suffocant in so many ways.
certainly, it is stifling because of work, of being closed here for hours and hours a day, but it is stifling also for what you see around. all this dirt i’m no longer used, this oppressive heat, this offensive air, these enraged people around, no smile in the morning, no music in the streets.
i’m missing dublin.
friday, when i passed in dublin just before to take the plane, i thought "i’m at home"!
strange, isn’t it?
where i’ll drink my guinness today?
with whom i’ll chat in a pub?
and why no one speaks english here?
but above all … when it will starts to rain?
goodbye dublin, goodbye anna liffey red and slimy as a guinness, goodbye, goodbye flowers and goodbye green Ireland.
goodbye, farewell

[ci provo di nuovo… ho corretto tutti gli errori che ho trovato…]

dublino

inizia la seconda settimana dublinese.
qui la musica e’ ovunque (le le tastiere dei pc non hanno le lettere accentate!).
qui si incontra tanta gente, ma e’ anche difficile fare qualcosa piu’ di due chiacchiere al pub.
qui e’ pieno di italiani.
leggo l’ulysses e penso a quanto joyce deve aver amato questa citta’ e i suoi abitanti per scriverne cosi’.
leggo la routard (che in questo viaggio mi sta deludendo) e la guida del national geographic (che invece si rivela utile).
domani bank holiday (un paese che si ferma perche’ le banche sono chiuse…).
see you soon.