42di52 – Il canto della pianura, di Kent Haruf

Mi succede sempre più raramente di non riuscire a posare il libro la sera, di fare nottata per “sapere come va a finire”, perché di solito sono troppo stanca.
Ma ieri sera il libro non sono riuscita a posarlo fino a ben oltre l’una di notte, fino all’ultima pagina.
Ero di nuovo a Holt, la cittadina alla periferia di Denver, dove si svolge la storia raccontata da Kent Haruf in Il canto della pianura.
La prima parte della trilogia di cui ho già letto il secondo volume, Crepuscolo, e di cui ho già iniziato, stamattina in metro, il terzo, Benedizione.
Il motivo del grandissimo fascino che questa storia esercita su di me non riesco quasi a spiegarlo: Haruf racconta una storia semplice, normale e quotidiana. Descrive la vita con particolari di nessuna importanza, con precisione topografica ci porta in giro per le strade di Holt, ci mostra chi vive, chi muore, chi nasce a Holt, il passare lento dei mesi invernali, la rinascita della natura a primavera.
Siamo con Victoria mentre da alla luce la sua bambina e con Ike e Bobby alla prese con un ottuso gradasso attaccabrighe e mentre assistono alla morte del loro cavallo, siamo con i fratelli McPheron mentre danno da mangiare alle bestie e si preoccupano della giovane donna che è affidata loro.
Siamo lì, con loro, guardiamo con loro fuori da finestre e finestrini d’auto verso la pianura piatta e desolata.
Questo è il segreto di Kent Haruf, la sua capacità di farci vivere a Holt.

41di52 – Importanti oggetti personali e memorabilia dalla collezione di Lenore Doolan e Harold Morris, compresi libri, abiti e gioielli. Sabato 14 febbraio 2009, New York. Casa d’aste Strachan & Quinn

Cosa resta di un amore quando un amore finisce? Davvero rimangono soltanto i sentimenti feriti e le aspettative deluse e l’opprimente senso di fallimento? Oppure rimangono anche tanti oggetti che hanno disegnato la storia di quell’amore, hanno visto nascere la passione e sono stati protagonisti della sua fine?

All’asta del 14 febbraio 2009, San Valentino, ovviamente, vanno gli oggetti appartenuti alla storia d’amore tra Lenore “crostatina” e Hal.
Libri, vestiti e gioielli, dice la copertina del catalogo. Ma anche biglietti di ogni genere, aerei, teatro, cinema, inviti a feste e matrimoni, stampate di email con appunti a penna, elenchi di ingredienti per torte e biscottini.
Un libro stranissimo da leggere, in cui le immagini valgono più delle scarne parole che illustrano gli oggetti che vengono messi all’asta.

40di52 – Berlino. Ultimo atto, di Heinz Rein

Mi immagino il signor Rein in quegli ultimi giorni dell’aprile 1945, il 25 o il 26, fino al 2 o al 3 di maggio darsi da fare, correre, ascoltare, controllare, senza dormire, senza sosta, e nel frattempo nella testa tutte queste parole, tutte queste pagine. Tantissime cose da dire, una urgenza che quasi affoga e fa male.
Mi immagino il cervello arrovellarsi per trovare la carta, una penna, un posto dove sedersi a scrivere. Me lo immagino seduto a una scrivania nel bel mezzo di un edificio distrutto da una bomba, tra le rovine, una scrivania, un pacco di fogli rimediato, una penna.
Non deve essere andata così, lo so, è solo la mia immaginazione al lavoro.
Quello che è vero invece è il fatto che questo libro comincia a uscire a puntate nel 1946, quindi è stato scritto di getto, con urgenza. Rein avrà iniziato a scriverlo il 2 maggio, appena la notizia si è diffusa per Berlino.
È stato scritto per ricordare a tutti che quello che è successo a Berlino ha un colpevole e il colpevole è Hitler. Che quello che è successo in Germania ha un colpevole e quel colpevole è Hitler. Colpevole insieme a tutti coloro che hanno voluto identificare il nazismo con la Germania e dunque la grandezza della Germania con il nazismo.
Il libro lucidamente (e anche un po’ pedantemente a volte) spiega come il nazismo abbia trovato sponda in Germania, con quali meccanismi si sia affermato, chi fossero i nazisti, quelli che abbracciarono l’ideologia già prima del ’33, come il nazismo abbia letteralmente ucciso la mente e la morale di una intera generazione, di una intera nazione, eliminando le alternative al pensiero nazista sul mondo. È un romanzo storico e didattico, che ha lo scopo dichiarato di spiegare ma anche di dimostrare che in Germania non tutti fossero nazisti, che una resistenza ci fu e fu eroica.
Tutto inizia con la storia di Lassehn, appena 20 anni, disertore, musicista, pieno di dubbi senza una risposta. Lassehn trova qualcuna delle risposte alle sue mille domande arrivando a Berlino a metà di aprire del 1945. Bastano pochi giorni per trasformarlo da indifferente e stanco disertore per motivi “personali” a partigiano, infaticabile e coinvolto.
Il libro è una lettura “da non mancare” e mi stupisco che sia così poco noto.
Immagino che le 890 pagine possano spaventare ma ne vale la pena e assicuro che la storia scorre e le pagine volano via.
Ho un unico appunto da fare al libro e non riguarda il libro ma l’edizione: Cara Sellerio, ti rendi conto di aver pubblicato in assoluto il libro più scomodo del mondo? 890 pagine in un formato impossibile da tenere in mano, con una copertina leggera impossibile da mantenere integra. Vi prego, le prossime edizioni pensatele in un formato diverso, pagine più grandi, meno numerose, copertina più solida, grazie!

39di52 – La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo

Quattro amici, tra Haifa e Tel Aviv.
Il libro me ne ha ricordato un altro, letto tanti anni fa: La cosa migliore che possa capitare a una brioche, di Pablo Tusset.
Ma in fondo solo perché parla di amici.
Il libro di Nevo esplora la storia di un’amicizia nel corso di circa 4 anni, tra il mondiale di calcio del 1998 e il successivo.
La storia è raccontata da Yuval, il taciturno del gruppo, quello che “si fa rubare la ragazza” da Churchill, lo spaccone intemperante, e riesce comunque a trovare il modo di rimanere nel gruppo degli amici.
È la storia di come a cavallo dei 30 anni questi 4 uomini decidono di affrontare la vita da adulti, chi andandone a cercare il senso in India, chi mettendo su famiglia e affrontando responsabilità, impegni e dolore, chi lavorando per lasciare un segno nel mondo e chi nascosto tra libri, traduzioni e parole.
I 4 amici affidano i loro sogni a 4 biglietti da aprire dopo 4 anni, la sera della successiva finale dei mondiali.
E quando Yuval si accorge che nessuno di loro ha raggiunto il suo desiderio, ma per un caso assurdo del destino ciascuno ha realizzato il desiderio di un altro, decide di completare il cerchio, di dare simmetria ai desideri e scrivere un libro. Il libro che leggiamo.
La simmetria dei desideri è un libro che ti lascia la speranza che le cose andranno bene, che tutto si aggiusterà, che l’amicizia non andrà perduta. Sullo sfondo gli anni difficili dell’Intifada, la guerra lontana e vicinissima, la complessità del vivere quotidiano, raccontato con uno stile pulito, preciso, esatto.
È anche un libro sul cambiamento, come ci ricordano gli intermezzi della tesi di Yuval sui filosofi che “hanno cambiato idea”. Il cambiamento che muove la vita e le da un senso. Rimette le carte in tavola e inizia una nuova mano.

38di52 – I miei piccoli dispiaceri, di Miriam Toews

Dopo La più amata di Teresa Ciabatti, non potevo scegliere libro più diverso. Eppure anche I miei piccoli dispiaceri (IMPD) di Miriam Toews è un libro in gran parte autobiografico, scritto, come La più amata, per dare voce a un dolore enorme (la morte dell’amata sorella della protagonista, seguita a quella del padre).
Ma due libri tanto diversi non li avevo mai letti uno di seguito all’altro.
IMPD è un libro che ti avvolge nella sua tristezza, ti porta a soffrire con Yolandi e a ridere con lei. Perché Yolandi ha scelto l’ironia per sopravvivere alla grande depressione che avvolge la sua famiglia. Lei e la madre affrontano infatti con energia e umorismo (che capacità incredibile!) prima il suicidio del padre e poi quello della sorella.
Yolandi per tutto il libro combatte tra la volontà di aiutare sua sorella a morire (perché sua sorella VUOLE morire, lucidamente e razionalmente ritiene che la sua vita debba essere conclusa, che continuare non abbia nessun senso e le procuri solo dolore) e la volontà di ritrascinarla nella vita, tirando fuori dalla memoria tutto quanto di bello c’è conservato della loro vita da bambine, mostrandole il futuro luminoso, il presente pieno di amore.
Cosa fare? Quando la persona che ami di più al mondo ti chiede di lasciarla andare via per sempre come puoi rispondere? Io non so cosa avrei fatto e sono felice che, alla fine, Elfrieda riesca a togliersi la vita da sola, senza coinvolgere Yolandi, senza metterla di fronte alla morte della sua amata sorella. Elfrieda riesce a morire come è morte suo padre, in un modo tragico, ma quasi necessario.
Il coinvolgimento emotivo è fortissimo. Il distacco minimo. Forse questo può essere un difetto per un romanzo, perché ci spinge a sottovalutare gli aspetti estetici della scrittura, della forma. Eppure in questo caso Miriam Toews non casca nel facile tranello di trascurare questi aspetti per trascinarci nel vortice del coinvolgimento puramente emotivo. Perché invece il suo stile rimane preciso, ricco di humor (talvolta nero), senza retorica.
Così riesce a trasformare l’esperienza privata del suicidio della sorella in un evento coinvolgente per tutti in cui tutti i lettori si riconoscono almeno in qualche parte, perché il dolore è universale.

37di52 – La più amata, di Teresa Ciabatti

Ho fatto una gran fatica a non scagliare il libro fuori dalla finestra, all’incirca dopo una cinquantina di pagine. Mi ha trattenuta soprattutto la preoccupazione che potesse finire in testa a qualcuno di passaggio e il timore di venire estromessa per sempre dalle biblioteche cittadine. L’unica cosa che, fino a metà libro, mi ha dato un po’ di conforto è stata proprio la constatazione che, infine, non avevo speso nulla per quella inutile carta, avendo preso il libro in biblioteca.

Fatta questa confessione, ora inizio con le domande e le osservazioni:
– ma che davvero questo libro gareggiava con le otto montagne?
– ma come si fa a trovare sopportabile lo stile della ciabatti? io amo le virgole, ma leggerne 11 in 2 righe e mezza è troppo, assolutamente troppo anche per me!
– ma che me ne frega a me se tuo padre era un massone di m… e nella foto del matrimonio c’è licio gelli?
– ma che davvero tu per circa 250 pagine ci ammorbi con la storia della tua famiglia perché tu sei una donna orribile e non capisci come possa essere successo? te lo spiego io, te lo spiego…

Sono queste più o meno le cose che mi ripetevo in testa tra una pausa della lettura e l’altra.
Per due giorni chi mi è stato vicino ha dovuto sopportare i miei sfoghi allucinanti e un po’ violenti (“leggi qui che scrive! ma ti prego!“, “no, davvero, guarda qui! ci sono 11 virgole in 2 righe!“).
Poi a circa tre quarti del libro mi sono detta che poteva bastare, avevo sfogato abbastanza il mio livore per la GRANDE DELUSIONE che era il libro. Ho continuato a leggerlo togliendomi dalla testa tutti i preconcetti (tuo padre massone, tu ricca sfondata, bambina egoista e antipatica, pubblichi con mondadori, tuo padre e gelli, tuo padre e i peggio politici d’italia, la tua fottutissima piscina, tu che odi i poveri e li vuoi vedere ai tuoi piedi).
E alla fine, sebbene lo stile della Ciabatti continui a sembrarmi un bluff, mi sono resa conto del valore del romanzo: la storia di una donna insoddisfatta che cerca con i mezzi (scarsi) che ha a disposizione, di delineare i contorni della figura paterna cercando tra resti di dialoghi, pezzi di carta, foto degli anni ’70 e qualche informazione estorta ad amici e parenti.
Non ci riesce. Il padre, Lorenzo Ciabatti, rimarrà un’incognita per noi, ma soprattutto per lei.
Il libro mi ha fatto molto riflettere su cosa è un’autobiografia. Ho pensato a lungo a cosa ci si aspetta quando si legge un’autobiografia, che differenti aspettative si hanno.
Io ho forse sbagliato ad avvicinarmi a questo romanzo come se fosse solo “la storia della vita dell’autrice”. Così che quando ho capito che l’autrice mi era profondamente odiosa il sentimento si è riversato sul libro.
Al termine delle 250 pagine mi sono riconciliata con La più amata, non lo odio più, semplicemente mi sta antipatico.

36di52 – Il nido, di Kenneth Oppel

Un libro per ragazzi e ragazze che pagina dopo pagina ti incalza di ansia e angoscia, che non riesci a posare perché davvero non puoi. Ti senti un po’ come Bastian nella Storia infinita, se posi il libro chissà che succede.
Il protagonista, Steve, ha 12 anni e si trova in quell’età di mezzo indefinita e terribile in cui devi ancora fare i conti con gli incubi e le paure dell’infanzia mentre tutti intorno a te ti trattano “da grande” e ti danno informazioni che preferiresti non avere e responsabilità di cui faresti volentieri a meno. Per questo Steve si lava spesso le mani, fino ad averle tutte screpolate e ci si mette su chili di crema idratante, così sua madre non se ne accorge, dorme “mummificato” nelle lenzuola, terrorizzato da quell’ombra che siede sul suo letto.

Ha tante paure, compresa quella per le vespe. È una vespa però quella che, pungendolo, lo trascina di forza dentro un’altra realtà. Una realtà in cui chi faceva paura da sveglio, in sogno diventa un angelo e chi sembra buono è cattivo e viceversa.
Tra vespe giganti che fabbricano bambini perfetti, arrotini misteriosi che nessuno vede tranne la famiglia di Steve, telefoni giocattolo che squillano per davvero il libro scorre velocissimo e splendido.

Un viaggio tra le nostre paure più recondite, ma anche un viaggio alla ricerca del nostro coraggio e della nostra forza più autentica.

Senza dimenticare che tra le pagine scritte si annidano (è il caso di dirlo) le fantastiche illustrazioni in bianco e nero di Jon Klassen, che aggiungono noir alla storia.
Kenneth Oppel è un autore di libri per ragazzi e ragazze, ma questo libro è perfetto per gli adulti (coraggiosi).

35di52 – Mio fratello rincorre i dinosauri, di Giacomo Mazzariol + Le valigie di Auschwitz, di Daniela Palumbo

Mio fratello rincorre i dinosauri, di Giacomo Mazzariol

Questa settimana ancora due libri per adolescenti.
Il libro di Giacomo Mazzariol nasce per un caso curioso: il fratello di Giacomo, Giovanni, ha voluto fare un video. Il video è diventato virale su Youtube, un editore ha fiutato l’affare e ha appioppato un editor a Giacomo per fargli scrivere il libro della sua storia. Giacomo ha meno di vent’anni, Giovanni ne ha, credo, 13.
Giovanni ha la sindrome di Down.
Giacomo racconta con parole pacate e adatte alla sua età la storia dell'”innamoramento” nei confronti del fratello, che è stata lunga e difficile. Prima l’attesa trepidante di un fratello (finalmente dopo le due sorelle) poi la scoperta della sua diversità, la vergogna e l’imbarazzo nei confronti di compagni e amici, la rabbia contro i genitori sempre così occupati da questo figlio sempre malato e fragile.
Alla fine Giacomo scopre il lato divertente di Giovanni e comincia a vederlo come è: un ragazzino pieno di voglia di vivere, di ridere e di giocare.
Un libro scritto molto bene, simpatico, semplice e adatto ai ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, anni difficili durante i quali “buttarsi” dalla parte degli stronzi può sembrare figo e facile, anni durante i quali dare al tuo amico del “down” può sembrare divertente e invece non lo è.
Grazie a Giovanni (mio nipote) che me l’ha prestato.
Il video di cui si parla nel libro (e da cui il libro stesso è nato) si trova su youtube qui:
www.youtube.com/thesimpleinterview

Le valigie di Auschwitz, di Daniela Palumbo

Altro libro rubato a mio nipote Giovanni.
Fa piacere sapere che a scuola si facciano leggere libri che parlano della Shoah, perché è solo mantenendo vivo il ricordo dell’orrore che l’orrore non si ripeterà. Però mi domando: perché far leggere un libro come questo quando c’è in edizione economica, disponibile in biblioteca e universalmente noto il diario di Anna Frank?
Le valigie di Auschwitz parte dall’immagine delle valigie accatastate nel museo di Auschwitz, le valigie vuote depredate dai nazisti degli averi degli ebrei deportati. Racconta la storia di cinque bambini e bambine, ebrei, di diversi paesi. Le storie sono tutte diverse, qualcuna più leggera, qualcuna meno.
È un libro molto didattico, scritto bene ma con qualche errore (io non sopporto l’uso di “gli” al posto di “loro”, come si fa? sono un mostro in via di estinzione?). E non mi ha emozionato per niente, niente rabbia, dolore o ansia. Sono contenta che si legga a scuola, ma è l’unica nota positiva che ho da fare sul libro…

34di52 – A oriente del giardino dell’Eden, di Israel Joshua Singer

La solita storia di un ebreo povero e derelitto, raccontata da uno scrittore ebreo, con tutta la tristezza e la malinconia di cui sono capaci gli scrittori ebrei. Che fanno a gara con i registi ebrei a mostrare i panni sporchi della loro gente in piazza.
È così?
Ma sì, in fondo non è altro che quello che ho detto: una storia triste con un protagonista ebreo.
Eppure no.
La vita di Nachman Ritter, figlio di Mattes la lepre, Mattes l’ambulante, è una parabola.
La parabola delle illusioni spezzate, della sorte che si accanisce contro i più miseri, i più poveri, gli ultimi.
L’illusione di Mattes di una vita religiosa si infrange quando il suo unico figlio è costretto a lavorare come fornaio invece di studiare da rabbino e quando in guerra il suo corpo viene gettato in una fossa comune con i “gentili” invece che in un cimitero ebraico.
L’illusione di Sheindel di una vita migliore a Varsavia si infrange nel dare alla vita un figlio dai capelli rossi, bastardo.
L’illusione di Reisele si infrange in una cella di prigione, dalla quale usce prostituta.
L’illusione di Nachman si infrange in Russia, il grande paese a Oriente in cui i lavoratori hanno conquistato il loro tempo e scacciato via i padroni.
L’illusione di Hanna di infrange davanti a una tenda fatta con un lenzuolo.
Niente va come dovrebbe andare se il mondo fosse giusto, se ci fosse per davvero, a oriente, un Dio a controllare le cose.
Ma Israel Singer non dimentica mai che il suo lettore non uscirebbe vivo dal suo romanzo se non fosse sostenuto nella lettura da una costante ironia. Una ironia lieve, appen un velo di sorriso, che è soprattutto motivato dalla consapevolezza che tali sfortune non stanno capitando a noi che leggiamo.
E Israel Singer non dimentica mai di accarezzarci l’anima con splendide descrizioni, grazie alla quali ci sembra proprio di essere lì, nel gelo dell’inverno polacco, sferzati dal vento o in una vetusta caserma trasformata in dormitorio alla periferia di Mosca.

33di52 – Sonata a Kreutzer, di Lev Tolstoj

Un classico brevissimo racconto dell’ultima parte della vita di Tolstoj, successivo alla sua svolta etico-religiosa e profondamente segnato dai temi a lui cari in questo periodo.
Il racconto/sfogo di un uomo che ha ucciso la moglie ed è stato assolto. Nell’Ottocento un uomo poteva essere assolto se uccideva la moglie per una giusta causa, in questo caso la gelosia nei confronti della donna supposta fedifraga.
Il racconto, in un momento in cui si parla tanto di femminicidio e di violenza maschile e maschilista contro le donne, è uno spaccato crudissimo della borghesia dell’Ottocento, che si riteneva tanto migliore del passato perché aveva scelto l’amore romantico, il matrimonio a seguito delľinnamoramento e tanto bastava, agli occhi dei contemporanei (ad esempio l’avvocato e sua moglie) per pensare di essere giusti, di aver raggiunto la parità.
Per assurdo è l’omicida a mostrare tutta la falsità della realtà. Gli uomini sono liberi di essere libertini ma alle donne la stessa libertà non è data. Tolstoj ritiene che esse siano, per natura (cioè perché costrette dalla loro necessità di essere scelte), civette e che tra una vita di bugie e un vestito in disordine sceglierebbero senza dubbio la prima.
Lo scopo del racconto è mostrare che non esiste possibilità di realizzare un perfetto matrimonio cristiano per la fondamentale incompatibilità tra l’uomo e la donna e che per vivere una vita etica l’unica possibilità per l’uomo (ma solo per l’uomo!) è di vivere in castità.
Ora, è necessario leggere questo testo perché mostra da dove vengono i mali di cui soffriamo oggi visti da una prospettiva diversa, arretrata nel tempo che può farci scorgere nuovi particolari.