4di52 – Carne viva, di Merritt Tierce

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Carne viva, di Merritt Tierce
appena finito e anzi, anche mente a lo leggevo, questo libro mi è sembrato “brutto”.
disturbante.
la storia di una diciassettenne di belle speranze, stroncate da una gravidanza inattesa, che butta via la sua vita tra droghe, alcool, sesso e un lavoro tanto sfiancante quanto “servile”.
eppure con un po’ di distanza, passati pochi giorni, mentre il libro sedimentava lentamente nella memoria, alcuni elementi della storia sono emersi, altri si sono chiariti e altri ancora sono stati mitigati, attenuati dal ricordo.
così a qualche giorno di distanza mi trovo a dover cambiare il mio iniziale giudizio.
perché di questo libro mi sono rimasti in mente i brevi flashback con i quali a poco a pochi si svela il passato ovattato ma inconsapevole mentre scorre un presente degradante e consapevole.
e diventa più chiaro il senso della punizione che Marie si autoinfligge, il dolore per un peccato che non era preparata ad affrontare e la sua completa solitudine.

3di52 – Passione semplice, di Annie Ernaux

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Passione semplice, di Annie Ernaux
scrivo queste due righe su passione semplice influenzata dal giudizio che mi sono fatta sul suo capolavoro: Gli anni, che però ho letto dopo (eh già, prendere i libri in biblioteca è questione di precari equilibri tra una data di restituzione e un prestito interbibliotecario).
volevo leggere Annie Ernaux perché ne avevo sentito parlare. volevo leggere Gli anni perché era il suo capolavoro. in biblioteca non c’era. allora ho preso Passione semplice.
e sulle prime mi sono domandata cosa davvero ci fosse di così tanto interessante in un libretto scarno, scritto con una lingua talmente realista da sembrare quasi “medica”, che racconta di un fatto personale da un punto di vista più che personale, soggettivo, intimo, “interno”.
mi sono domandata anche se avesse avuto senso pubblicarlo come un racconto. ho pensato: “gliel’hanno pubblicato perché è famosa. questo racconto è un diario. niente di più. senza sviluppo, senza una trama“.
poi a poco a poco, dopo averlo finito (e ancora di più mentre leggevo, dopo questo, anche Il posto e L’altra figlia e infine, finalmente, Gli anni) mi sono resa conto di cosa era successo.
Annie Ernaux aveva condiviso con me (proprio con me, con nessun’altra) la storia semplice eppure spudorata della sua passione. e che questa storia era la storia di ogni passione.
l’attesa, il desiderio, la vita piena del vuoto che c’è tra un incontro e un altro. niente altro da fare, da pensare, da vivere.
Annie Ernaux riesce a mostrarci in un racconto quello che succede con il tempo: il tempo infinito, dei secondi che durano giorni, delľattesa. il tempo concreto, corporeo, fisico dei secondi che sono respiri delľincontro. il tempo veloce che scorre senza lasciare segni quando l’amore è finito, quando “mi sembra ieri che aspettavo la sua telefonata“.

2di52 – 11 solitudini, di Richard Yates

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Undici solitudini, di Richard Yates
11 racconti brevi che sembrano tutti “altri punti di vista” rispetto a Revolutionary Road.
perché Richard Yates scrive comunque della sua vita. o di visioni parziali e anamorfiche della sua vita.
uomini che bevono, che sono appena entrati o appena usciti da una clinica per disintossicarsi. donne che hanno appena deciso di avere, non avere, volere, non volere un figlio, scrittori che hanno appena iniziato o appena finito di scrivere un libro.
uomini che finiscono in sanatorio, che tradiscono le mogli e che ne sono traditi, che vivono in periferia e sognano new york. maestre giovani e carine e maestre zitelle e acide, tutte comunque incapaci di capire i bambini e i poveri orfani loro affidati. soldati, reduci, con le medaglie e senza, suonatori di jazz.
in una America tra gli anni ’50 e gli anni ’60 che ha appena capito che le promesse di grandezza post guerra erano una finzione e che sta appena cominciando a capire che altre guerre saranno comunque inutili.
mentre si impone un sistema di mercato che alcuni già guardano con sospetto (solo per ricevere di contro lo stesso sguardo sospettoso).
e un titolo dice esattamente tutto quello che c’è da capire di questi 11 racconti.
11 piccoli o grandi dolori.
racconti di pezzi di vita dentro cui ci si affaccia a volte in modo anche un po’ brutale e che ci vengono sottratti quando ancora avremmo avuto voglia di saperne di più (che succede poi?).
uno stile scarno, preciso, decisamente “quotidiano“.
e per me che non amo i racconti comunque una scoperta illuminante.

“Ma la perfezione se è facile da ammirare, è difficile da amare…”

1di52 – Revolutionary Road, di Richard Yates

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Revolutionary Road di Richard Yates.
non si può leggere tutto e per quanto io sia sempre e comunque una lettrice seriale (folle e onnivora, compulsiva e ossessiva) tante, tante, tante cose mi sfuggono.
troppe.
quest’anno quindi il proposito è colmare alcune lacune e fare nuove scoperte.
tra le lacune da colmare c’era Richard Yates.
ho deciso di leggerlo su consiglio di una amica che in realtà mi parlava del film, che pure non avevo (e non ho) ancora visto.
e così, senza adeguata preparazione, mi sono trovata invischiata nella storia di Frank e April.
anni ’50, Connecticut, il sobborgo di Revolutionary Road, casette bianche e rosa, giardini con il prato curato e la macchina parcheggiata davanti.
la guerra è finita da poco, i ricordi di quello che “poteva essere” sono ancora vividi, così come le città europee dei giorni della liberazione.
le aspirazioni, i sogni e i desideri di questa generazione di giovani uomini e donne sono diversi da quelli dei loro padri, da quelli di “prima” della guerra. ma la società non è ancora pronta per questi sogni.
non è pronta perché April possa decidere se avere un figlio.
non è pronta perché Frank possa lasciare il suo lavoro per Parigi.
non è pronta perché le apparenze siano meno importanti della sostanza.
e così April Wheeler mette fine all’inganno.
il finale è tragico e leggerlo fa male al cuore.
eppure Yates racconta di aver scritto il libro proprio a partire da lì, da April morta in un bagno di sangue, e di aver scritto il resto perché quella morte assurda non fosse più tale.
la morte di April però resta assurda, ma non perché incomprensibile, anzi al contrario, la morte di April è assurda perché necessaria. perché non c’era nient’altro da fare se non morire.

e vorrei ancora dire due parole, però molto timide (visto che lo leggo in traduzione), sulla scrittura di Yates.
mi ha colpita la precisione dei dialoghi, la cura nella scelta delle parole che servono a dipingere un’emozione senza descriverla, ma facendola “provare” per mezzo dei dettagli.
parole mai banali, frasi perfette.
Revolutionary Road è un capolavoro.
e io sono felice di aver iniziato l’anno così.

52di2017

52di2017
è dal 2013 che non aggiorno questo blog.
ma riprenderò adesso perché ho la necessità di prendermi un impegno.
quello di leggere di più, di leggere in modo sistematico, di leggere con un obiettivo.
l’obiettivo è leggere 52 libri nel corso del 2017.
e non solo.
leggerli e scriverne qui. per non perdere la memoria.
perché un impegno reso pubblico è più difficile da disattendere.
perché bisogna tenere la mente allenata e le mani pure.
perché le parole che mi frullano nella testa possano trovare un ramo su cui poggiarsi e riposare.

haruki murakami, 1Q84 (libri 1-3)

1Q84se ci si avvicina a questo libro pensando di leggere qualcosa di inconfondibilmente “giapponese” si rimarrà delusi.

se ci si avvicina a questo libro pensando di rimanere imbrigliati in descrizioni, dettagli e aggettivi si rimarrà delusi.

è il primo libro di murakami che leggo. e un po’ mi ha delusa.

non tanto però per quello che ho scritto, quanto perchè non mi aspettavo il “genere”. non mi aspettavo due lune in cielo, non mi aspettavo una trama complessa spiegata solo in parte, non mi aspettavo di dover mettere da parte le mille curiosità (chi sono i little people? cosa è una crisalide d’aria? chi è e che poteri ha davvero fukaeri? e il leader, è colpevole o no di ciò di cui lo accusano e per cui muore? a cosa servono receiver e perceiver e mother e daughter?).

ma lo stile, il modo in cui viene raccontata la storia, i capitoli voce dei singoli personaggi (prima solo aomame e tengo poi anche ushikawa), è coinvolgente e ti rende difficile interrompere la lettura.

la tramam del libro è complessa, elaborata, mi sono ritrovata a parlarne con paolo, spesso, per fare “il punto della situazione” e ho fatto venire voglia a lui di leggerlo (a lui sono sicuramente più congeniali queste atmosfere oniriche e surreali, abituato come è alla letteratura di fantascienza).

rimane il fatto che il modo di scrivere di murakami è perfetto, lo stile, le parole… e penso a quanto i complimenti vadano anche al traduttore, in un caso come questo (anche se gli editor, invece, avrebbero dovuto fare più attenzione, ci sono parecchi errori, molti piccoli e un paio più rilevanti).

e alla fine viene voglia di leggere altro di murakami, per cui si accettano consigli (e prestiti ;-)).

e, se siete curiosi, ecco la sinfonietta di janacek…

haruki murakami, 1Q84, libri 1 e 2

haruki murakami, 1Q84, libro 3

le creature selvagge, dave eggers

dave eggers, le creature selvaggecome si possa, da un albo illustrato che riporta non più di una decina di frasi, creare un film di due ore e un libro di 200 pagine è un mistero che ancora non mi spiego.

ancora di più perché sia il film che il libro sono il perfetto complemento di quell’albo, la giusta interpretazione.

dave eggers dice di aver amato il libro di sendak fin da bambino.
e deve averlo letto cento o mille volte, deve averne studiato le immagini con la lente d’ingrandimento, deve averci dormito insieme e sognato di essere max per notti e notti.

altrimenti non si spiega questa corrispondenza così assoluta e così totale e così intensa.

la storia è quella nota, max, mandato a letto senza cena, giura vendetta e “scappa” di casa e approda in un’isola popolata da creature selvagge. nonostante siano mostri terrificanti max li sottomette e ne diventa il re.
è incredibile vedere come i bambini si immedesimino nell’eroe max e come capiscano al volo, meglio di quanto possa fare io adesso, scrivendo, la natura di quegli esseri mostruosi, che altro non sono che le nostre paure, il nostro lato selvaggio, il nostro immaginario.

per fabio, che ama i mostri e lascia caramelle nell’armadio per il “suo” babau, questo libro è stata una rivelazione (nonostante la fatica di portarne a termine la lettura, che ha richiesto quasi un mese!) completata dalla visione del film.

un modo bellissimo per far capire ai bambini che i sentimenti che proviamo possono a volte essere esplosivi e distruttivi, ma che alla base c’è sempre l’amore, che l’amicizia vale più di ogni cosa e che la casa è il luogo dove far ritorno (quando se ne sente il bisogno) e che, alla fine di tutto, comunque ne è valsa la pena.

dave eggers, le creature selvagge

maurice sendak, nel paese dei mostri selvaggi

spike jonze, nel paese delle creature selvagge

spike jonze, nel paese delle creature selvagge

ernest e celestine, daniel pennac

ernest e celestine, daniel pennacpennac è un po’ come baricco, chi lo ama e chi lo odia.
e io, che sono di bocca buona e leggo tutto, lo amo.

ernest e celestine è un libro per bambini.
infatti l’ho comprato per fabio e a lui l’ho letto ogni sera, un capitolo alla volta (perché questo è stato il primo libro lungo che abbiamo letto insieme! un traguardo!).

è la storia dolcissima di un topo e di un orso (e non di una topolina e di un grande orso cattivo).

una storia di amicizia senza frontiere e senza censure che penso sia piaciuta a fabio soprattutto per questo, perché i due amici sono così diversi eppure continuano a volersi così tanto bene.

è un libro semplice, ma non stupidamente facile, di quelli che più mi piacciono per fabio e che scelgo con gioia, perché non lesina le parole difficili e inusuali e spinge a chiedere e a fare domande.

lo stesso pennac ne parla così: “l’ho scritto per il bambino che è in noi affinché lo legga a voce alta ai bambini che lo circondano“.
così è stato per noi, con reciproca soddisfazione.

daniel pennac, ernest e celestine

kurt vonnegut, mattatoio 5 o la crociata dei bambini

mattatoio 5 o la crociata dei bambini, kut vonnegutAvevamo dimenticato che a fare la guerra sono i ragazzini. Quando ho visto quelle facce appena rasate, è stato uno choc.
‘Dio mio, Dio mio,’ mi sono detto, ‘questa è la Crociata dei Bambini’.

la crociata dei bambini fu un movimento di poveri che dalla francia e dalla germania cercarono di raggiungere la terra santa nel 1212 e finirono venduti schiavi a mercanti musulmani. sull’attendibilità delle fonti si dibatte ancora e non si ha la certezza che si trattasse davvero di puer/fanciulli o di pauper/poveri.

ma tant’è. il senso del racconto è nella follia delle gesta, nell’assurdità di voler mandare bambini a liberare la terra santa.

il libro di kurt vonnegut è invece un libro di fantascienza (è vero AVEVO detto che la fantascienza non mi piace, non è proprio tutta colpa mia se continuo ad incapparci) e narra le vicende assurde che capitano a bill pilgrim (il pellegrino, come i crociati, appunto) tra viaggi nel tempo e nello spazio, con alieni, una moglie non amata e due figli estranei.

è un libro contro la guerra, uno dei più devastanti e più sinceri.

perché della guerra mostra quello che più di tutto va mostrato: l’assurdità e la follia.

della distruzione di dresda avevo già letto, tanto tempo fa, nel libro Storia naturale della distruzione, di W. G. Sebald. avevo letto con sconcerto della donna che tiene nella valigia il cadavere carbonizzato del figlio (e mi aveva fatto una terribile impressione già allora, che non ero madre e davvero “non potevo capire” il senso di quel gesto). avevo letto dell’ineluttabilità degli eventi. quelle bombe erano state costruite e dunque dovevano essere usate (semplice conseguenza di un processo economico assurdo). avevo letto delle città tedesche senza ombre, senza più un edificio o un albero a fare da riparo. degli animali dello zoo di berlino in fiamme.

ora il libro di vonnegut mi fa tornare alla mente quelle scene.

ma lo fa in un modo meno tremendo, con pause quasi comiche di scene di vita coniugale (o quasi) in una bolla di vetro sul pianeta di tralfamadore, con la descrizione surreale degli abiti di bill, con i cambi di tempo che spostano continuamente lo scenario, da quello drammatico del tempo di guerra a quelli del tempo di pace.

e questo modo più lieve ma non meno inciviso mi ha permesso di vedere la piena assurdità della guerra.

il giovane e inadatto bill (così come il giovane kurt) arrivano da prigionieri a dresda e per la prima volta rimangono abbagliati dalla bellezza di una città europea, come in america non ce ne sono, antica, nobile, elegante.
e poi assistono alla sua distruzione, alla sua trasforazione in un cimitero a cielo aperto.

uscirono dal loro buco sotto il mattatoio n°5 il 15 febbraio 1945 e della città di dresda non era rimasto nulla.

che il bombardamento delle città tedesche fosse inutile ai fini della risoluzione della guerra è chiaro, che sia stato un atto inumano è certo, che si sia cercato di passarlo sotto silenzio per 40 anni è ignobile.
ho però letto in rete articoli farneticanti sul “vero olocausto” e questo non mi è piaciuto.

il sonno della ragione genera mostri. il primo dei suoi figli è la guerra.

kurt vonnegut, mattatoio 5 o la crociata dei bambini

elie wiesel, la notte

Elie Wiesel, La notteelie nasce in ungheria, a sighet. vuole studiare il talmud, la cabala, piange mentre prega e chiede perdono di tutti i suoi peccati.

ha un amico, il solitario moshe, che gli parla di dio e delle domande da fare e delle risposte (che non è dato capire).

la notte è la storia di un popolo che crede troppo in dio per poter credere in un uomo, la storia di una comunità che avrebbe potuto salvarsi e non ha ascoltato il suo salvatore quando è giunto perché non aveva l’aspetto del cristo che attendeva da secoli.

la notte è un piccolo libro tremendo, pieno di orrore, di paura, di puzza.

parla di come dio può morire nell’animo di un uomo. di come sia difficile restare umani quando si è diventati solo uno stomaco, quando solo lo stomaco sente il tempo passare e la zuppa e il pane sono tutta la vita.

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.

Mai dimenticherò quel fumo.

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.

Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.

Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.

Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»

questo è un libro che vorrei che mio figlio leggesse. non ora, non per avvelenargli l’infanzia, ma più grande, perché sappia e ricordi e sapendo e ricordando non possa tacere.

Elie Wiesel, La notte (suggerimento di Roberto Saviano)