13di52 – Chiamami con il tuo nome, di Andrè Aciman

Il libro più chiacchierato dell’anno, certo per “colpa” dell’omonimo film, fino a 3/4 dalla fine mi stava deludendo.
Soprattutto perché non mi aspettavo il diario di un adolescente confuso, che non solo non sa chi è, ma non ha neanche idea di cosa vuole. Confuso, come lo sono gli adolescenti.
Avrei potuto scriverlo io questo diario dell’estate dei 16 anni (anzi, forse l’ho scritto io un diario simile nella mia estate dei 16 anni). Ho pensato che il libro non valesse molto per questo.
Ma lo scarto di linguaggio che avviene nell’ultimo quarto del libro mi ha all’improvviso fatto capire la coerenza tra età e stile. Mentre Elio matura, maturano i suoi pensieri e matura il modo di descrivere la vita.
È struggente prendere coscienza della distanza tra la vita immaginata e la vita reale nelle parole piene di passione di Elio, nel suo tentativo di non dimenticare (a differenza di Oliver, che invece dimenticherà tutto o farà finta di dimenticare tutto) mentre la vita-vera scorre e li porta lontani.
Ora non mi resta che vedere il film (che ancora mi manca).

12di52 – Tutta la luce che non vediamo, di Anthony Doerr

Ambientato tra la Francia e la Germania, dal 1930 circa al 2014, a capitoli alterni racconta la storia di Marie-Laure e di Werner, i cui destini si incrociano, nell’etere, insieme alle onde della radio.
Due ragazzi diversi in tutto, ma che in comune hanno il senso dell’udito. Marie-Laure è cieca (non dalla nascita, ma per una malattia) e si affida ai suoni per orientarsi e conoscere/riconoscere il mondo. Werner è un appassionato di radio, di cui impara tutti i segreti da autodidatta.
Le loro vite restano sconvolte dalla guerra ma si incroceranno alla fine di tutto, al momento giusto (e solo dopo aver scoperto che si erano già incrociate tanti anni prima attraverso l’etere tramite le onde radio).
Tutta la luce che non vediamo è un romanzo che non si riesce a posare, che si legge fino alle 2 di notte, fino alla fine.
Scritto con parole ricercare e difficili, ricco di erudizione (i nomi di crostacei, molluschi, piante, uccelli e minerali da cercare su wikipedia) ha però uno stile semplice che nomina e ti mette di fronte tutto quanto accade (tutto quanto Marie-Laure e Werner “sentono”, dalla primavera agli orrori della guerra fino al buio di una soffitta e all’umido di una grotta sul mare) e una struttura che facilita la lettura, fatta di brevi capitoli che ti invogliano a proseguire.
Scopro ora che Anthony Doerr con questo romanzo ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2015 e mi domando perché ci ho messo 3 anni a leggerlo.

11di52 – Vineland, di Thomas Pynchon

Di Thomas Pynchon, ho iniziato a leggere L’arcobaleno della gravità, ma mi sono dovuta interrompere allo scadere del prestito interbibliotecario. Ci sono libri che richiedono ben più di una settimana e talvolta anche più di un mese per essere letti, L’arcobaleno è uno di questi.
Ma la scrittura di Pynchon mi aveva affascinato e così ho riprovato, con un tomo meno lungo e, speravo, meno impegnativo.
Mi sono ritrovata immersa in un racconto di avventure strampalate, di ninja girl e hippie, spie governative e procuratori senza scrupoli. Una storia che mi ha fatto più di una volta pensare a Kill Bill, il che è tutto dire 🙂
Un racconto che procede dritto per la sua strada fatta di continui, improvvisi e non segnalati deragliamenti, verso il passato o verso altri luoghi, che si perde a seguire un rivolo di storia minimo, la vita in 5 pagine di un personaggio secondario. È la storia di Praire, figlia di Zoyd e della bellissima e inafferrabile Frenesi, che l’ha abbandonata, bambina, per seguire un destino di cui a poco a poco, nel corso del romanzo, si capisce il senso.
Senso che il libro sembra non avere. Ma la lettura è piacevole, lo stile affascinante, la storia ti cattura e Pynchon è davvero uno splendido narratore, con quel tanto che serve di critica alla società per darti l’impressione di star facendo anche una cosa intelligente (mentre stai solo perdendo tempo leggendo un libro).

10di52 – La giostra degli scambi, di Andrea Camilleri

Camilleri è sempre una certezza, Montalbano anche.
Un giallo scritto benissimo, pieno di incastri perfetti e suspence. Due storie che partono divise e poi si intrecciano e anzi una serve a spiegare l’altra.
Certo, con Montalbano c’è sempre questa sensazione di stare leggendo un copione e sempre, mentre si legge, il cervello intanto gira da solo le scene di un film che ancora non esiste, fa recitare le battute agli attori noti e inventa casting per quelli che non conosce, quasi salta a piè pari le battute scontate di Catarella, vede in faccia a Zingaretti il “nirbuso” che sale quando Fazio afferma “Già fatto”.
Ma non credo che questo sia un difetto, credo che sia il motivo principale dell’enorme successo di Montalbano-Camilleri.
Detto questo, questa storia, letta nella settimana dedicata alla festa della donna ci sta tutta. Perché Camilleri racconta un femminicidio perfetto, mostrandone tutta la violenta e insensata assurdità, mettendo a nudo l’orrido patriarcato che muove gli uomini che pensano di possedere le donne.

09di52 – Le tre del mattino, di Gianrico Carofiglio

D’Orrico qualche settimana fa ha dato un bel 10 a questo romanzo, l’ovvia conseguenza è stata che mi sono precipitata in biblioteca a prenderlo in prestito 🙂
Le tre del mattino è la storia dell’incontro di un padre e di un figlio che si conoscono poco.
Si conoscono poco non per cattiveria o per mancanze evidenti e gravi e neanche per colpa della separazione e della fine del matrimonio. Si conoscono poco perché hanno sempre parlato poco, si sono schermati dietro idee e preconcetti, si sono nascosti nei silenzi.
Ma arriva il momento di parlarsi e di ascoltarsi davvero. E questo momento diventa anche il rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta per il ragazzo.
Il libro è anche un inno al jazz, a Marsiglia, città che amo per colpa di J. C. Izzo e di Fabio Montale (il fatto che il mio primo figlio si chiami Fabio non é una coincidenza).
Il libro è ricco di citazioni di altri libri e di altri film. Uno fra tutti Picnic ad Hanging Rock, film e libro, che ora è nella lista dei film da vedere e in quella dei libri da prendere in prestito.

08di52 – Dodici ricordi e un segreto, di Enrica Tesio

Enrica Tesio è la mia blogger preferita, parimerito con Elasti. Ho letto il suo primo libro e ho visto il film con Ambra Angiolini, d’estate, in una arena all’aperto in Sicilia e ho passato 2 ore davvero in pace, divertendomi, ridendo e sognando anche un po’.
Mi piace come scrive, in modo piano, semplice e accurato. Mi piacciono le storie che racconta, storie normali, quotidiane e sentimentali.
Sentimentali perché piene di sentimenti, che sono poi quelli che ti fanno muovere, agire, commuovere.
Questa è la storia di un nonno, di una figlia e di una nipote. Ed è la storia di un segreto tenuto chiuso nella mente tanto a lungo da essere quasi scomparso.
Ma la cocciutaggine, che nasce dell’amore, della nipote lo riporta in vita e grazie alla scoperta di questo segreto tutti i ricordi avranno un senso nuovo, più pieno.
La memoria viene così riformata dalla scoperta del segreto, i 12 ricordi diventano una nuova traccia per leggere il passato.
Come ogni volta che leggo storie di anziani mi riprometto di fare qualunque cosa perché là memoria dei “miei” anziani non vada perduta.
Scrivere è la soluzione e raccontare è un mezzo per appassionare i nipoti ai ricordi.
I miei figli sono fortunati ad avere nonni e nonne che raccontano loro storie, lette sui libri ma anche scavate nella memoria.
Io le storie dei nonni, delle nonne e della mia splendida bisnonna me le ricordo ancora, sono un’àncora per il passato, un punto fermo, la mia storia.

07di52 – Il Castello, di Frank Kafka

Il libro incompiuto di Kafka, uno dei “libri illegibili” di quest’anno, una sfida per colmare una lacuna. Una metafora angosciante della burocrazia.

L’agrimensore K. arriva nella città dominata dal Castello, chiamato, convocato, per svolgere un lavoro che però nessuno ha richiesto. Il libro narra il continuo e insensato susseguirsi di scuse, intoppi, promesse non mantenute, complicazioni e scarica barile che portano K. all’esasperazione e alla depressione.
Il tempo scorre a balzi, certe volte un dialogo dura intere giornate (o intere nottate) altre volte una fitta serie di avvenimenti capita in pochi minuti. Riposarsi è impossibile, parlare con un funzionario è impresa da eroi, trovare un fascicolo può richiedere anni (e chi ci dice che poi il fascicolo sarà risolutivo?). Il “sistema Castello” non vuole integrare K., lo tratta come un inutile e a tratti invadente orpello, ma allo stesso tempo gli impedisce di allontanarsi dal Castello stesso, in un angoscioso gioco continuo di passi in avanti e marce indietro.
È l’angoscia, l’ansia il sentimento che si prova più spesso leggendo questo romanzo, un’ansia che la fine incompiuta non mitiga, anzi esaspera.
L’alienazione, la solitudine di K. sono diventate per me la figura della difficoltà di interagire con il mondo, di comprenderne le regole e il fine, di comunicare con lo Stato e con gli altri.
Un libro così ricco di spunti per interpretazioni diverse merita di essere letto più volte nel corso della vita, sono sicura che se troverò il tempo di rileggerlo tra 10 anni saranno altri gli aspetti che mi colpiranno e mi faranno soffrire.
Da vedere il film di Soderbergh Delitti e segreti, del 1991 e ispirato alla vita di Kafka.

06di52 – Novella degli scacchi, di Stefan Zweig

Una novella, poco più di 100 pagine.
La storia di due campioni di scacchi, il grossolano idiot savant e il nobiluomo sfuggito ai nazisti.
Lo scontro che avviene sulla scacchiera è figura di quello tra due mondi: il mondo di ieri (l’autobiografia di Zweig che mi attende sul comodino) e il mondo di oggi, dominato da una rozzezza senza cultura (dalla quale nasce il nazismo), che anzi odia la cultura e esalta la cieca specializzazione che porta alla supremazia in un solo campo, sempre più ristretto, sempre più parziale.
Da che parte stare è evidente.
Il brutale campione mondiale fa di tutto per non suscitare neppure la minima simpatia.
Tutta la passione del lettore si riversa sulla storia di B., si sta in ansia quando ruba il manuale di scacchi dell’uniforme di uno dei suoi carcerieri, ci si preoccupa della sua salute mentale, si tira un sospiro di sollievo per le azioni di un medico pietoso e per una mano sulla spalla che lo allontana dalla follia.
Anche da questo libro è stato tratto un film, Scacco alla follia, del 1960. Chissà se si trova in giro, perché mi piacerebbe vederlo.

05di18 – Player One, di Ernest Cline

Una ventata di leggerezza finalmente. Un libro che sicuramente non pretende di essere l’indiscusso capolavoro della letteratura contemporanea, ma che non ti permette di lasciarlo neanche un attimo.

Un romanzo distopico, un futuro prossimo riconoscibile ma degradato forse oltre il limite di non ritorno. Una generazione di ragazzi e ragazze che non hanno alcun altro posto in cui rifugiarsi se non OASIS. Una gara elettrizzante, indovinelli e trabocchetti, i cattivi cattivissimi e potenti e senza scrupoli. I giovani, poveri, intelligentissimi e moralmente superiori supereroi. Una battaglia finale in cui il BENE vince sul MALE.

Davvero non vedo l’ora che esca in sala il film (29 marzo 2018) per dare forma alla mia immaginazione e fare confronti e venire sbalordita.

Poi che ve lo dico a fare? Il metaprotagonista del libro è nato nel 1972 e tutto tutto tutto il libro è un continuo flashback agli anni ’80: dai cereali ai giochi elettronici, dai film alle canzoni, dai fumetti ai manga, dall’Atari 2600 al Commodore 64. Un libro per quarantenni nerd e nostalgici. Un libro per me.

[addendum] 1 aprile 2018. Finalmente il film è in sala. E finalmente sono andata a vederlo. Ovviamente sono rimasta delusa dalla semplificazione della trama, dalle deroghe al gioco, da tante cose.

Ma è di sicuro un film trascinante, con un ritmo incalzante. È normale che in 2 ore più di tanto non ci può stare dentro, Quindi va bene anche così. Sono rimasta spiazzata da Aech, dall’avatar di Art3mis, da Shoto (che nel film si chiama Sho). Sorrento nel libro è perfido ma comunque geniale, nel film pare anche un po’ un inetto (ma in più ha un braccio destro ferice e mostruoso). In pratica meno per nerd e un po’ più per ragazzini. A me bastavano i robottoni nella battaglia finale. E quelli ci sono!

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04di52 – Una bambina e basta, di Lia Levi

Nella settimana che si conclude con la Shoah ho preso al volo in biblioteca questo snello libretto di 115 pagine, un po’ una compensazione per i mattoni (sì, mat-to-ni) che sto leggendo ultimamente.
Il libro è straordinariamente bello, scritto bene, commovente, grazie al suo insolito punto di vista, alle parole semplici, ai sentimenti limpidi e chiari.
Un sollievo tra tante difficoltà (ok, smetto di lamentarmi, gli obiettivi me li do io).
Anche se poi il sollievo è effimero e riguarda solo il numero delle pagine e la scrittura “bambina”. Ma l’argomento è pesante, difficile da gestire.
Il libro mi ha fatto pensare a La vita è bella, mi ha fatto pensare, costantemente, a quei fotogrammi di Schindler’s List in cui si vede la bambina con il cappotto rosso.

Ecco, qui c’è Lia, una bambina, che non capisce tutto quello che succede nel mondo intorno a lei e incolpa gli adulti che non le spiegano a sufficienza e che poi d’improvviso le gettano addosso terrori e disperazioni che lei, piccola, non riesce a sostenere.
Lia, che vuole “diventare cristiana” per togliersi di dosso il macigno della colpa, che vuole essere abbracciata da un Dio “buono” e rinnegare il Dio sempre arrabbiato dei suoi genitori.
Lia, che è una bambina e basta.

E questo dovrebbe bastare SEMPRE.
Per ricordarci che è nostro dovere salvare i bambini e che ogni bambino che non salviamo è una colpa. Una colpa personale, soggettiva. È una colpa nostra.