49di52 – Ogni volta che mi baci muore un nazista, di Guido Catalano

Un libro di poesie in mezzo a 52 romanzi. Ma non è stato l’unico libro di poesie che ho letto quest’anno. Soprattutto negli ultimi mesi, complice un “progetto” che ho in testa, ho letto tanta poesia.
Perché Catalano dunque si trova qui e gli altri (Alda Merini, Sylvia Plath, Camillo Sbarbaro, Cesare Basile, ecc) no?
Soprattutto perché lui è, ad oggi, il mio preferito.
Perché adoro le sue poesie-dialogo.
Perché la poesia che da il titolo alla raccolta è splendida.
Perché ogni poesia è un piccolo racconto.

E io non vedo l’ora che passi da Roma per andare ad ascoltarlo.

48di52 – Dialoghi con Leucò, di Cesare Pavese

Come sono arrivata a leggere questo libro merita un racconto a parte.
Sono in un take away vegano a Centocelle, ho ordinato un po’ di piatti, sto aspettando che siano pronti da portare via.
Nell’attesa mi siedo a leggere una rivista di poesia che è su uno dei banconi.
In terza pagina, dentro un riquadro, delle parole mi colpiscono:
“[…] Prima di essere schiuma saremo indomabili onde.” Cesare Pavese
Mi colpiscono al punto che me le scrivo su un tovagliolo, prendo il mio cibo vegano, torno alla bici e arrivata a casa esordisco con un: “ho trovato la frase per un nuovo tatuaggio“.
È iniziato tutto così.
Ma io sono una persona precisa (leggi anche “secchiona”) e quindi ho voluto scoprire in che occasione e quando e dove Pavese avesse scritto queste parole.
È così che ho scoperto che queste parole non sono manco per niente di Cesare Pavese, ma sono di Erika Luna (e non so nemmeno se sia il suo nome vero) che nel suo blog aveva “riscritto” i Dialoghi con Leucò di Pavese.
E nello riscriverli li aveva “migliorati”, cambiati nella forma, nelle parole, negli intenti.
Trovata la fonte e il testo completo della poesia che mi era piaciuta tanto, mi sono incuriosita e ho voluto leggere il punto di partenza, quei Dialoghi con Leucò che avevano portato alla poesia.
E così: prestito interbibliotecario, qualche giorno di attesa e poi 3 giorni di lettura forsennata.
I Dialoghi con Leucò sono racconti di “metamitologia”. Due protagonisti della mitologia, della letteratura, dell’arte greca discutono del loro destino, di “quello che fu” e di quello che è stato dopo (dopo di loro, per un tempo che non sappiamo se è di 20 o di 2000 anni).
Inutile dire che il più bello dei dialoghi è il numero 7, quello tra Saffo e la ninfa Britomarti, che si intitola “Schiuma d’onda” e si svolge in riva a un mare che è stato l’inizio di molti miti e la fine di tante vite.
I Dialoghi sono un libro che non è facile leggere perché presuppone una grande conoscenza della Grecia antica, degli dei, delle storie, dei racconti.
Un libro che porta in poesia i temi grandi della filosofia.
Ma è anche una lettura straordinariamente piacevole, proprio perché la poesia la rende evocativa.

47di52 – Il semplice viaggio del cuore, di Maya Angelou

Si tratta di una raccolta di brevi racconti, interventi, articoli scritti da Maya Angelou nel corso della sua vita.
Le storie autobiografiche riguardanti la sua infanzia e prima adolescenza le conoscevo già (avendo letto Il canto del silenzio), sulle altre ho poco da dire.
L’intento moralizzatore, il continuo accenno a Dio che sorveglia, risolve, guida e aggiusta (o non aggiusta a sua discrezione) mi infastidisce sempre quando non è romanzo ma pretende di essere consiglio.
Un libro che serve a conoscere meglio questa apprezzata poetessa, ma che non posso considerare interessante o importante da leggere.

46di52 – Il canto del silenzio, di Maya Angelou

Marguerite Angelou, detta Maya, poetessa e scrittrice afroamericana, amata da Clinton e premiata da Obama, unica donna, finora, chiamata a leggere le sue poesie nel giorno dell’inaugurazione presidenziale (da Clinton).
Incuriosita dalla sua storia e dopo aver letto qualche sua poesia, ho preso in prestito due libri in biblioteca.
Il canto del silenzio racconta la storia semplice di una ragazzina nera tra il 1930 e il 1945. Da Stamps, in Arkansas, a San Francisco, California.
Da bambina della polverosa provincia a ragazza nella città che è l’ombelico del mondo.

45di52 – Eccomi, di Jonathan Safran Foer

Di Safran Foer mi mancava solo questo libro.
I precedenti li ho amati molto, Ogni cosa è illuminata è quasi certamente uno dei miei libri preferiti di sempre (così come il film), Se niente importa ha dato giuste risposte alle mie domande e ha, letteralmente, cambiato la mia vita, facendomi diventare definitivamente vegetariana. Molto forte, incredibilmente vicino mi ha commossa e intenerita e l’ho consigliato al mio compagno (cosa che vuol sempre significare che il libro in questione è un libro non solo bello ma anche profondamente “sentito”).
È per questo che Eccomi mi ha così tanto delusa?
Fin dalle prime pagine, anzi, fin dalle prime righe, l’ho trovato irritante, innaturalmente complesso, falso.
Falso è Jacob, con i suoi falsi tradimenti, il falso capolavoro chiuso in un cassetto il suo modo falso di essere ebreo.
Falsa è Julia, con le sue false case perfette, la falsa comprensione, la falsa bontà, la falsa perfezione.
Falsi i tre piccoli Bloch, tre piccoli geni, ognuno nel suo campo.
Tutto troppo perfetto.
E quindi falso.
(Ci ho messo un secolo a finirlo, ci ho messo così tanto che stava quasi per farmi mancare il mio obiettivo annuale, ma spero di recuperare, ho ancora tempo).

44di52 – Molto forte, incredibilmente vicino, di Jonathan Safran Foer

Contrariamente a quello che è giusto fare, cioè leggere il libro prima di vedere la sua trasposizione cinematografica, in questo caso avevo già visto il film almeno un paio d’anni fa.
Film che mi aveva commossa nel profondo e mi aveva aperto lo sguardo sul mondo dei bambini che, proprio per il fatto di essere madre, mi sembra così difficile da interpretare.
Ma il film racconta solo una piccola parte dell’intero mondo creato dal libro. È ovvio che sia così, è sempre così, soprattutto quando il libro è denso di sentimenti, avventure, storie e intrecci.
Oskar Schell soffre per la morte del padre, il meraviglioso Thomas Schell e ingaggia con lui (il lui già morto, la sua eredità) una caccia al tesoro lunga un anno. Mentre nasconde alla madre la cassetta della segreteria telefonica con registrare le ultime parole del padre.
E intanto c’è da scoprire la storia di Thomas Schell senior, il nonno, l’inquilino, il padre mai conosciuto di suo padre, colui che ha preso la parola durante il bombardamento di Dresda, con la morte della sua amata fidanzata Anna (sorella di colei che gli diventerà moglie poi in America).
Un libro complesso non per la storia ma per come la storia viene raccontata. Un linguaggio semplice come può essere la lingua di un bambino di 9 anni e insieme anche ricco.
La storia di una famiglia dall’Europa a New York, dalla fine di una guerra all’inizio di un’altra guerra.

43di52 – Benedizione, di Kent Haruf

E sono arrivata alla fine della trilogia della pianura.
Benedizione, l’ultimo libro, narra della fine di un uomo, come è giusto che sia. Dopo aver assistito alla nascita della vita e poi al suo svolgersi e organizzarsi, ora Kent Haruf ci porta nella stanza di un uomo che si congeda dal mondo.
Nella mia lunga carriera di divoratrice di libri mi era già capitato di leggere la storia di un uomo che muore. Anche quest’anno, per esempio, ho letto la storia di Elfrieda che vuole morire e alla fine ci riesce. Però questo libro mi ha fatto pensare soprattutto a La morte di Ivan Il’ič, il racconto di Lev Tolstoj, letto un bel po’ di tempo fa. Il ricordo nasce per contrasto, perché mentre la morte di Ivan Il’ič è morte di un uomo solo, la morte di Dad Lewis è un lungo accomiatarsi dalle persone e dai luoghi che ama. Dad Lewis ha, ovviamente, come tutti noi, le sue paure, i suoi rimpianti, i suoi rimorsi e i suoi segreti ma nei lunghi giorni del suo viaggio verso la sua morte vi pone rimedio come può e si perdona. E viene perdonato.

42di52 – Il canto della pianura, di Kent Haruf

Mi succede sempre più raramente di non riuscire a posare il libro la sera, di fare nottata per “sapere come va a finire”, perché di solito sono troppo stanca.
Ma ieri sera il libro non sono riuscita a posarlo fino a ben oltre l’una di notte, fino all’ultima pagina.
Ero di nuovo a Holt, la cittadina alla periferia di Denver, dove si svolge la storia raccontata da Kent Haruf in Il canto della pianura.
La prima parte della trilogia di cui ho già letto il secondo volume, Crepuscolo, e di cui ho già iniziato, stamattina in metro, il terzo, Benedizione.
Il motivo del grandissimo fascino che questa storia esercita su di me non riesco quasi a spiegarlo: Haruf racconta una storia semplice, normale e quotidiana. Descrive la vita con particolari di nessuna importanza, con precisione topografica ci porta in giro per le strade di Holt, ci mostra chi vive, chi muore, chi nasce a Holt, il passare lento dei mesi invernali, la rinascita della natura a primavera.
Siamo con Victoria mentre da alla luce la sua bambina e con Ike e Bobby alla prese con un ottuso gradasso attaccabrighe e mentre assistono alla morte del loro cavallo, siamo con i fratelli McPheron mentre danno da mangiare alle bestie e si preoccupano della giovane donna che è affidata loro.
Siamo lì, con loro, guardiamo con loro fuori da finestre e finestrini d’auto verso la pianura piatta e desolata.
Questo è il segreto di Kent Haruf, la sua capacità di farci vivere a Holt.