il cervello delle mamme

il cervello mamme“... joey urla perché gli ho rifiutato una seconda porzione di dolce. usa un’espressione che sicuramente io non conoscevo in terza elementare e che non mi sarei mai sognata di gridare in faccia a mia madre… ci guardiamo negli occhi… traggo un sospiro poi gli dico che gli voglio bene… immagino una moltitudine di guru dei consigli genitoriali che mi tributa una standing ovation mentre mi auguro che un giorno l’esempio del mio autocontrollo della mia maturità sia utile a joey…

grazie serena di avermi prestato il libro!
se non vi da fastidio essere paragonate, per circa 300 pagine,a topi, ratti, scimmie e altri animali vari, allora questo libro vi darà moltissimi spunti per essere (ancora) più orgogliose della vostra maternità.
oltre i luoghi comuni che vedono le donne, dal momento che sono incinte, come esseri privi di cervello e di forze e di iniziative, migliaia di esempi chiari, lampanti ed edificanti di come la maternità ci rende migliori.
ci rende più sensibili all’ambiente, agli altri, alle relazioni sociali, migliora le nostre performance mnemoniche e di elaborazione dei dati.
nel retrocranio, mentre leggevo, nasceva però l’idea, sempre in agguato, che anche questa acquisizione si ritorcerà contro di noi, perché se la maternità ci rende davvero migliori, di sicuro c’è (o ci sarà presto) da qualche parte qualcuno pronto a sfruttare tutti questi superpoteri per farci lavorare ancora di più, eccellere ancora di più e competere alla maniera degli uomini. in una corsa in stile “ma come fa a fare tutto” che ci porterà all’esaurimento nervoso e fisico.
inoltre, ultima riflessione, se è vero che la maternità ci offre la spinta a migliorare o anche solo a cambiare, è anche vero che bisogna volerlo, che sono fin troppe le donne che, avuto un figlio, decidono di tirare i remi in barca (in mille modi diversi) e non si danno la possibilità concreta ed entusiasmante di cambiare.

non è un paese per vecchie…

non è un paese per vecchie, il libro di loredana lipperini, è confuso e sembra girare in tondo attorno a qualcosa, e non sempre si ha chiaro cosa sia.
ma è confuso perché è un libro di neanche 300 pagine laddove ne sarebbero servite 3000.
ma 3000 pagine sono invendibili e forse anche illeggibili.
e invece con le sue 300 la lipperini apre un mondo, fa luce su qualcosa, un argomento, delle idee.
l’italia non è un paese per vecchie, non lo è neanche il resto del mondo, a quanto pare, ma l’italia rimane sempre orgogliosamente un po’ indietro (rispetto a fratelli e cugini europei).
i vecchi sono la causa di ogni male, vengono ripudiati, nascosti, maltrattati, uccisi.
vengono sviliti, parlando loro come a bambini, umiliati chiamandoli tutti “nonni”, anche quando non lo sono.
accusati di essere dei mangiapane a tradimento, quando ogni statistica mostra che, se non sono terribilmente poveri, contribuiscono non poco al benessere economico della loro famiglia.
i vecchi sono invisibili, in televisione o nei giornali, a meno che sembrino non-vecchi (perché rifatti, tirati, lisci, nonostante tutto) o si rendano ridicoli (come le velone o gli anziani corteggiatori della maria nazionale).
le vecchie poi, stanno ancora peggio, e, in una classifica dei poveri, risultano ancora più povere, più sole, più abbandonate e più derelitte.

il problema è che la soluzione non c’è, neanche la lipperini ne suggerisce una.
o meglio, forse una soluzione è nelle persone, nei singoli, nel personale.

perché la felicità di questi vecchi dipende da come noi li guardiamo quando li incrociamo per strada, da cosa pensiamo di loro quando li vediamo in fila alla posta, da come rispondiamo loro quando ci chiedono qualcosa.
ovvio che questo non è tutto, ma non sarebbe già qualcosa? non sarebbe già abbastanza?
poi certo, dopo, in seguito, ci vorrebbe uno stato diverso che metta in conto di cominciare a occuparsi anche di cose serie, come, ad esempio, il nostro futuro…

f. dixit

f.: chi è quella signora?
la mamma: non lo so, non la conosco… perché me lo chiedi?
f.: perché è bellissima! io voglio una mamma proprio così!

[essendo la signora in questione decisamente sovrappeso e abbastanza bassetta… l’episodio costituisce un forte presupposto all’interruzione anticipata della dieta]

f. dixit

f. al padre: vai via, vai in un’acca stanza!
il padre: me ne vado, ma tu dillo bene: “un’A-L-T-R-A stanza”
f. pensieroso, dopo un paio di secondi: vai in cucina!

geologia di un padre

83 capitoli, uno per ogni anno di vita del padre.
83 scorci, o meglio, 83 reperti.
perché andare alla scoperta del proprio padre non è cosa da storico, né da archeologo, ma da geologo (forse da paleontologo, ma magrelli non usa nessuna parola a caso…).
perché un padre è così a fondo sedimentato dentro di noi che per trovarlo bisogna scavare, strato dopo strato, ma anche pulire, spolverare… come quando, mi immagino, si trova un’ammonite tra il fango preistorico.
e poi i reperti che si trovano non è che sono la precisa fotografia dell’uomo che fu, ma sono solo indizi (come un femore di diplodoco, che non ci dice nulla del colore della sua pelle o della forma dei denti).
poi, quando tutti gli indizi sono lì, sul tavolo, sparsi, ma allo stesso tempo chiari, allora di colpo un’intuizione ci mostra il padre come sarebbe potuto essere, come probabilmente era (o forse anche no).
insomma non una biografia, ma una geologia, appunto.
e un percorso che in tanti si sarebbe felici di saper fare.
perché tirare fuori i ricordi (odori, parole, colori, un vestito, una mossa) è l’estremo regalo, l’ultimo omaggio.
quello dovuto e necessario.

p.s. grazie miriam per il prestito

geologia di un padre, valerio magrelli (da IBS)

geologia di un padre, valerio magrelli (da IBS)

le luci nelle case degli altri

la pila di libri sul comodino si alza.
anche la pila parallela, quella dei libri letti e di cui vorrei parlare/scrivere si alza.
non c’è nessuna soluzione a questo trend.
o almeno io la soluzione non ce l’ho.
oggi però ho finito un libro.
e ne parlo/scrivo qui. prima che… sia troppo tardi.
perché oggi non sono in ufficio e mai più mi ricapiterà un’occasione ghiotta come questa.
ecco qui.
le luci nelle case degli altri, di chiara gamberale, era rimasto orfano, sulla scrivania della mia collega quando lei, circa 12 mesi fa, andò in maternità.
l’ho adottato, ma non l’ho aperto fino a l’altro ieri, complice il fatto che la mia collega rientrerà a breve in ufficio e io volevo farle ritrovare il libro al suo posto.
l’idea alla base della storia è così surreale da sembrare quasi normale, un intero condominio, 5 famiglie, decidono di “adottare” la figlia della loro amministratrice (morta in un incidente con il motorino) e di crescerla tutti insieme, pur di non sottoporsi al test del DNA per scoprire di chi è figlia per davvero la bambina.
perché lo fanno? ovvio, perché tutti hanno qualcosa da nascondere (gli uomini, ma anche le donne).
così il romanzo alterna la narrazione da una soggettiva di mandorla (il curioso nome della bambina) a quella di volta in volta di uno degli altri protagonisti (e cambia anche il font delle pagine, da normale a corsivo). mandorla cresce, con questa pletora di genitori a cui dare retta e con cui confrontarsi.
finisce anche in galera, per errore e per un solo giorno, e alla fine scopre di non volerlo neanche sapere chi è suo padre. non le interessa.
lo spunto del libro è simpatico, la scrittura fresca, veloce. la lettura procede spedita e ho finito il libro in 2 giorni. certi vezzi stilistici (le ripetizioni continue delle parole e lo “strano” uso delle virgole) a volte sono risultati noiosi. alcuni personaggi sono tanto bizzarri da sembrare caricature. ma nel complesso si tratta comunque di una piacevole lettura.
chiara gamberale forse non è la più grande scrittrice italiana del xxi secolo, ma il libro, nel complesso mi è piaciuto.

f. dixit

f.: ciao mamma! oggi sei diventata magra?

[disse lui un pomeriggio che andai a prenderlo a scuola vestita di nero dalla testa ai piedi…]

f. dixit

f.: mamma, perchè la tosse non mi passa neanche se guardo i giocattoli?

[disse lui fissando con occhi sbarrati lo scaffale dei giochi nel pieno della notte, tossendo, ovviamente]

le donne, i loro uomini e la violenza

domenica 25/11 è stata la giornata contro la violenza sulle donne.
con delle amiche sono andata a un reading, organizzato da tuba, al pigneto.
avrei voluto leggere un pezzo di oriana fallaci, ma poi non me la sono sentita di andare al microfono. anche serena aveva un libro con lei. anche lei, alla fine, non ha letto. però poi il suo libro me l’ha prestato e io l’ho letto. e l’ho finito subito.
e mi impegno a scriverne, prima che sia tardi.
il libro di concita de gregorio non parla di numeri. non è neanche un libro sull’attualità della violenza sulle donne.
ma tocca il cuore.
e, a me, madre di figlio maschio, impone una riflessione profonda sull’educazione che voglio dargli.
perché dipende da me se lui saprà rispettare le donne che verranno nella sua vita.
i modelli che gli sottoporrò ora, oggi, nella famiglia che ogni giorno costruisco, faranno di lui un uomo.
tutto qui.
vi lascio con un appello, dalla voce di concita, proprio quello che avrebbe letto serena, se non avesse avuto, come me, paura del microfono:
L’accorato appello, a sostegno delle giovani donne che prima o poi accoglieranno nelle loro vite quei trentenni, è rivolto alle madri. Si potrebbe cominciare dal non essere particolarmente fiere di aver partorito (ormai molto tempo fa, tra l’altro) un figlio maschio. Non comunicare con le parole nè coi gesti che per la madre si tratta di un privilegio: addirittura non pensarlo. Considerare il fatto che si rifacciano il letto e raccolgano da terra i calzini non un gesto di generosità ma una semplice decenza. Che tirino l’acqua del wc dopo essere stati in bagno un obbligo; mostrare raccapriccio, fin da quando sono bambini per l’abitudine contraria a meno di non vivere in luoghi desertici e non raggiunti da un acquedotto. Non denigrare la fidanzata di turno perchè inaffidabile, poco gentile, non premurosa. Per nessun’altra ragione, comunque, mano che mai prendere informazioni sulle sue doti muliebri e mostrarsi interdette se la ragazza ha intenzione di stare via sei mesi per uno stage a Boston. Se va a stare da solo, ma tanto capita di rado, oltretutto gli affitti sono carissimi e il lavoro manca, se comunque va a vivere da solo non offrirsi di lavare e stirare la sua biancheria portata a sacchi due volte a settimana, meno che mai andarla a raccogliere a domicilio. Non svegliarlo la mattina al cellulare perchè non sente la sveglia, ha il sonno pesante. Non andargli a portare le chiavi di casa che ha dimenticato se lo fa di norma: una volta, due forse, poi basta. Non andarlo a prendere perché non gli va di venire in autobus, a meno che non se ne senta l’intima necessità dopo un’assenza di mesi. Non nascondere al marito le malefatte del figlio, non fare la parte di quella che tutto comprende e risolve, quella che “non lo diciamo a papà”, ma nemmeno lasciare che il marito – il compagno, o il fidanzato, o chiunque sia – sia quello che gioca alla playstation e vede la partita in tv col figlio maschio che così si divertono e sono proprio simpatici quei due mentre la madre, quella rompiballe, sta di là in cucina sempre a lamentarsi e la sorella rifà i letti e scrive un diario perché non può uscire la sera.
Ecco, ripartirei da qui. Poi magari tra una trentina d’anni vediamo anche di fare una legge contro i maltrattamenti domestici, contro la violenza dentro casa, uomini che schiavizzano e segregano e picchiano le donne. Semmai però, se proprio serve, perchè tanto sarebbe di certo inutile, a quel punto.