28di52 – La ragazza con la Leica, di Helena Janeczek

Questa è la storia di una disfatta, ci sta pure questo, ovviamente, nella vita di una lettrice.

Ero partita infervorata, conoscevo la storia, conoscevo il personaggio, conoscevo il contesto. Ero felice per il premio in dirittura di arrivo, ero entusiasta…
E non avrei dovuto esserlo.

Il peggior libro di quest’anno, finora. Semplicemente illeggibile. Restituito in biblioteca alla scadenza del prestito senza averlo finito,

E mi ha fatto perdere 2 settimane di vani tentativi e di approcci falliti.

Cosa non mi è piaciuto? Non posso parlare della trama, perché è stato lo stile di scrittura a essermi talmente ostico da risultare impossibile proseguire oltre pagina 64.

Peccato.

23di52 – L’onta, di Annie Ernaux

Ancora e sempre Annie Ernaux. La vergogna di cui ci parla in questo romanzo è quella che la invade quando vede il padre usare violenza contro la madre (un tentativo di strangolamento al culmine di una lite, finito poi tra lacrime di pentimento e di sconcerto).
Questo fatto, accaduto il 15 giugno del 1952, prima e dopo altri fatti, fatti normali di una normale infanzia di quegli anni.
Ma quell’atto segna lo spartiacque tra la vita tranquilla di una bambina che studia e gioca e la vita di vergogna per le proprie origini da cui poi nascerà il bisogno di rivalsa, allontanamento e fuga che caratterizzeranno gli anni successivi della vita dell’autrice.
Come sempre un episodio singolo, personalissimo, intimo addirittura (perché raccontato a pochissimi nel corso della sua vita) diventa pretesto per una narrazione che si fa universale, descrivendo mirabilmente il sentimento di provare vergogna per chi non sa provare vergogna di se stesso.

“Era il 15 giugno 1952. La prima data assolutamente certa della mia infanzia. In precedenza, non c’era stato che un susseguirsi di giorni e di date scritte alla lavagna e sui quaderni.

Più tardi ho detto a qualche uomo: “Mio padre ha cercato di ammazzare mia madre quando stavo per compiere 12 anni”. Se avevo avuto voglia di pronunciare quella frase, significava che dovevo amarli molto. Tutti ammutolirono, dopo averla ascoltata. Allora mi accorgevo di aver commesso un errore. Era una cosa che non potevano accettare.”

22di52 – Sofia si veste solo di nero, di Paolo Cognetti

Sofia, a conoscerla per davvero, sarebbe un po’ una stronza. Non saluta quando arriva e quando se ne va, non mangia (MAI), è terribilmente egoista.
A guardarla uno potrebbe pensare a un’infanzia terribile, maltrattamenti, abbandoni. E invece no.
Sofia il male di vivere lo vive ogni giorno, da quando è nata a quando tenta il suicidio, a quando decide di fare teatro. Per questo si veste di nero, perché gli altri colori proprio non esistono (non è che no le piacciono, non le donano, non li può soffrire. I colori non esistono nel mondo di Sofia).
Il libro è organizzato in dieci “capitoli” che però in realtà sono dei miniracconti autonomi e forse potrebbero vivere anche così, da soli, staccati l’uno dall’altro, senonché, invece, poiché stanno tutti e 10 dentro la stessa copertina di finisce per capire che la storia è una sola. O meglio sono tante storie con un filo rosso (o nero) in comune.
Sofia alla fine non ci diventa simpatica, e infatti non stai lì a domandarti se alla fine sarà felice, avrà trovato pace, si sarà data tregua, perché in fondo della fine che farà ti interessa poco. Ma a tratti Sofia è come noi, un po’. E come noi sono i personaggi intorno, che cercano di capirla, fermarla, accoglierla e ne sono irrimediabilmente respinti.
Una nota di merito alla figura magnifica della zia terrorista, un personaggio notevole.

21di52 – Il ragazzo selvatico, di Paolo Cognetti

Il racconto autobiografico dell’anno (o quasi) che Paolo Cognetti ha passato da solo in montagna, vivendo in una baita a 2000 metri di altitudine.
Cerca la solitudine, di recuperare il rapporto con la montagna che ama tanto, di leggere e rimettere a fuoco la sua vita e anche le sue capacità di scrittore.
Pubblica il “diario di montagna” sul blog, live, tra maggio e novembre 2010, 3 anni dopo esce il libro.
Ho letto il libro, perché quel mondo lento, la vita vicina alla natura, il rispetto dei tempi e dei luoghi, degli animali e degli alberi è anche dentro di me, come una aspirazione verso qualcosa che mi piacerebbe, ma che so non sarei in grado di vivere.
E di nuovo, come è stato per Otto montagne, ho cominciato a sognare la montagna e i boschi, ho cominciato a pensarmi a camminare su sentieri e guardare vette e scrutare il bosco.