sabato 27, ore 18 circa, un po’ prima che iniziasse la grande "notte bianca" (che alla fine è stata un disastro a causa del black-out) un piccolo gruppo di persone si è riunito a piazza della madonna dei monti per un evento divertente e piacevole: un flash mob (per chi non sapesse di cosa si tratta vada a vedere qui).

queste sono due delle foto scattate all’evento, ci sono io e daniela e luca e tutti quanti impegnati a colorare i sampietrini con i gessetti colorati, parlando con accento francese e con un bel fazzoletto al collo!

...al lavoro!!!

alla fine sono arrivati i bambini e il resto del lavoro l’hanno fatto loro!

bambini all'opera!

e dunque tutto molto divertente!
la prossima volta ci dovrete essere tutti!

Irvine Welsh, Colla
sulla copertina c’è scritto «Puro Irvine Welsh al 100 per 100» [commento di ttL de La Stampa]
e questo dovrebbe bastare, per chi conosce già l’autore, questa definizione vuol dire tutto un insieme di cose, come: parolacce, droga e alcol, fighe e scopate, vomito, post-sbornia e sussidi di disoccupazione.
in effetti, tutto questo c’è, nel libro, ma io ho letto anche Trainspotting e mi sembra che in questo ci sia anche dell’altro, per esempio tanta amicizia, gentilezza, una sottile ma furiosa voglia di farcela a venirne fuori dei protagonisti. e infine, è più divertente e meno cupo, meno violento, meno cattivo di Trainspotting.
infine, mi è piaciuto di più.
la colla del titolo è l’amicizia che lega quattro ragazzi dal 1970, quando sono piccoli e vanno insieme alle elementari, al 2002, anno in cui li ritroviamo, per un attimo, ancora insieme, ancora amici, anche se oramai soltanto in tre.

e ora una pagina del libro, siamo nel 1970 e viene presentato il quarto protagonista, Andrew Galloway/Andy/Gally/Piccoletto:

«È stato quando è stato uno dei momenti migliori che mi sono inginocchiato sul pavimento e c’avevo il Beano su una delle sedie grosse che nessuno mi poteva dare noia e c’ho un biscotto al cioccolato e un bicchiere di latte sul seggiolino piccolo e mia mamma e mio papà seduti sulla sedia quell’altra, lui che legge il suo giornale e mia mamma sta preparando il tè e lei è la cuoca più brava del mondo perché prepara le patatine fritte più buone e mio papà è il più bravo papà del mondo perché può pestare tutti e una volta stava per dargliele a Paul McCartney perché mia mamma gli piaceva e lui avrebbe sposato la mamma per primo e se non la sposava sarebbe diventato uno dei Beatles»

ci sarebbero stai altri brani, magari più "interessanti" da trascrivere, ma questo mi sembra un piccolo capolavoro, con la descrizione del flusso di pensieri di un bambino di 6 anni dopo il primo giorno di scuola. un piccolo capolavoro.

Eccomi qui, incasinata come non mai nella lettura di Colla, di Irvine Welsh, quando mi trovo tra le mani l’inserto "Musica" della Repubblica di ieri. La verità è che io adoro le coincidenze, quelle cose per cui un certo libro, ad esempio, ti viene tra le mani o all’orecchio decine di volte in due giorni, senza che tu lo cerchi e non ti abbandona finché non vai a comprarlo. Ebbene mi sta succedendo questa cosa con Palahniuk. L’articolo è bello, c’è anche una classifica degli scrittori che "scrivono rock" e sono più che contenta di averne letti molti di quelli presenti nella lista: Stephen King, Irvine Welsh, Nick Hornby, Hanif Kureishi (il mio preferito, oramai), Haruki Murakami, Don De Lillo, Elmore Leonard, Jonathan Coe e Jean-Claude Izzo, Bret Easton Ellis. E così, a causa delle coincidenze ormai mi sono convinta che in questo libro di Palahniuk ci deve essere scritto qualcosa di davvero fondamentale per la mia esistenza, ma non solo, penso che comprerò anche tutti gli altri libri nominati che ancora non possiedo e non ho letto.

p.s. ho anche scoperto che il mio gruppo rock italiano preferito, i Subsonica, sono grandi fan di questo Palahniuk, tutto torna, visto che in tre mesi sono andata a sentirli due volte, tutto torna.

p.p.s. oggi ho ricevuto una sconfortante notizia riguardo il lavoro, per cui, chiunque abbia un lavoro da propormi lasci pure un commento! si accetta (quasi) qualsiasi cosa…

ho finito sabato scorso di leggere L’opera struggente di un formidabile genio e non sono ancora sicura di poter fare una recensione decente di questo libro.
si tratta di un’opera struggente, come dice il titolo e sicuramente Eggers è un formidabile genio, e con questo potrei aver concluso. ma vorrei condividere con tutti, quelli che l’hanno letto e quelli che lo leggeranno, quegli episodi che mi hanno colpito e ammaliato. ma avete letto di come Dave sia perfetto con il suo fratellino? protettivo ma non troppo, preoccupato ma non soffocante, come deve essere stato bello per Toph sentirsi così amato e protetto e sostenuto.
e come è meravigliosa la forza con cui Dave affronta le difficoltà (ma si tratta di forza o solo di follia? anche lui se lo domanda spesso e questa è una delle cose più belle del libro).
si tratta di un libro che sembra scritto più per sé stessi che per i lettori, tanto è vero che servono (secondo l’autore) quasi quaranta pagine di "istruzioni" prima di potersi addentrare nella vicenda vera e propria. e che ne dite del fatto che tutte le parti tagliate siano riunite all’inizio, in modo che il lettore stesso decida se i tagli siano stati giustificati oppure no…
e poi un’ultima cosa, Eggers descrive le cose in un modo tanto vivo e vitale che sembrano quasi essere lì, davanti a te che leggi, proprio come te le fa immaginare lui.
un modo di scrivere fantasioso, ricco di flashback, di interruzioni, di salti e di rimandi, un modo di scrivere originale, divertente e allegro, tanto che ci si dimentica quasi che si sta leggendo, in fondo, di una storia tragica e triste e si riesce solo a vederne la grandezza e la genialità struggente.
e così, alla fine di tutto, sono andata su internet e ho trovato il sito di McSweeneys, la rivista di Dave Eggers, e ho ordinato il numero online…
e poi credo che andrò a comprare anche il suo nuovo libro Conoscerete la nostra velocità, che ho già sfiorato in libreria un paio di volte e che già mi incuriosisce, con la sua copertina scritta fitta fitta e il racconto che inizia lì, all’esterno, senza protezione.

Eco, sempre nel libro di raccolta delle sue "Bustine", traduce dall’inglese un famoso "decalogo" (in realtà circa 40 punti) famoso tra i giornalisti americani. Ho deciso di riportarlo perché è divertente e perché le mie amiche-colleghe possano sghignazzare tra loro delle nefandezze dei testi che leggono e cercano di correggere.

Eccolo…

Come scrivere bene
Ho trovato in Internet una serie di istruzioni su come scrivere bene.
Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è "fine".
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: "Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu."
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono "cantare": sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

tratto da: Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2001, pp. 308-309

So bene che si tratta di un post molto lungo, ma ho voluto trascrivere per intero una delle famose Bustine di Umberto Eco, nella quale si parla del nostro lavoro, quello di editor, con una competenza e una precisione che rinfranca chi, come me, ama questo lavoro e ne riconosce l’importanza.

L’arte dell’editing (e cioè la capacità di controllare e ricontrollare un testo in modo che non contenga, o contenga entro limiti sopportabili, errori di contenuto, di trascrizione grafica o di traduzione, là dove neppure l’autore se ne sarebbe accorto) versa in cattive acque.

È uscita mesi fa la traduzione francese di un mio libro sull’estetica medievale, e subito un lettore minuzioso mi ha scritto che a un certo punti, parlando della simbologia del numero cinque, cito le cinque piaghe d’Egitto, che invece sono notoriamente dieci. Mi sono stupito, perché ricordavo di avere citato direttamente da una fonte originale: sono andato a vedere sull’edizione italiana e ho scoperto che nominavo, sì, cinque piaghe, ma non l’Egitto. La fonte alludeva infatti alle cinque piaghe del Signore (mani, piedi e costato). Il traduttore, forse per automatismo, ci aveva aggiunto l’Egitto. Io avevo controllato la traduzione, ma la cosa mi era sfuggita: forse leggendo in fretta il brano mi suonava stilisticamente bene, oppure avevo appena corretto una imprecisione alla riga sopra e la mia attenzione si era allentata per le due righe successive.

Stabiliamo un dogma: l’autore, che nello scrivere o nel rileggere segue l’andamento concettuale del testo, è la persona meno adatta ad accorgersi dei propri errori. Nel mio caso d’Egitto c’erano solo due persone che avrebbero dovuto aver eun sospetto uno era il correttore (ma non vi era obbligato), l’altra era appunto il redattore, che avrebbe dovuto, per ogni rinvio, citazione, nome appena appena inusuale. Controllare su qualche enciclopedia. In teoria il bravo redattore dovrebbe controllare tutto: anche se il testo dice che l’Italia sta a Nord della Tunisia dovrebbe dare un’occhiata all’atlante: vale anche per Modica?

Questo mestiere è ormai in crisi e non solo nelle case editrici. Ho sott’occhio due libri, pubblicati da due grandi editori. Nella traduzione dall’inglese di un’opera divulgativa di storia mi si dice che due grandi filosofi arabi dominarono il Medio Evo: Avicenna e Ibn Sina. Si dà il caso (noto a molti) che Avicenna e Ibn Sina siano la stessa persona (come Cassius Clay e Muhammad Alì). Sbagliava già l’autore originale? Il traduttore ha confuso un and con un or? È successo un pasticcio in bozze dove è saltata una riga o una parentesi esplicativa? Mistero. Fatto sta che un redattore, anche se non sapeva nulla di Avicenna, avrebbe dovuto controllare su un’enciclopedia se i due nomi erano giusti, e si sarebbe reso conto dell’errore.

In un altro libro, tradotto da tedesco, trovo anzitutto nominato un certo "Symeon Stylites" che è evidentemente san Simeone lo stilita, e pazienza. Ma poi trovo "Giovanni il Battezzatore". I tedeschi infatti chiamano "Johannes der Täufer" quello che per noi è Giovanni Battista. Il traduttore sapeva in tedesco ma in vita sua non era mai venuto in contatto non dico coi Vangeli ma almeno con qualche calendario o qualche testo per bambini che parla di Gesù. Mi pare straordinario, anche se fosse sempre cresciuto in una famiglia buddista. Ma qui pare che buddisti fossero anche il correttore (cui sarebbe dovuta sorgere qualche perplessità) e soprattutto il redattore. Se non fosse per il fatto ceh in questo caso il redattore evidentemente non c’era, qualcuno ha comprato il libro, l’ha dato a tradurre, ha inviato il manoscritto direttamente in stampa e via.

Se mandate un manoscritto a una University Press americana, ci vogliono due anni prima che esca. In questi due anni fanno composizione ed editing, qualche stupidaggine ci scappa lo stesso, ma meno che da noi. Questi due anni di lavoro costano. Se si vuole essere presenti sul mercato con libri cotti e mangiati, non ci si può permettere di pagare un editor degno di questo nome, e il mestiere muore.

Se a correggere bene una riga si finisce di passar sopra alla seguente, se l’autore può sbagliarsi più degli altri, se un redattore può non saper nulla di Avicenna, il manoscritto e le bozze dovrebbero essere riletti da molte persone con curiosità e competenze diverse. Questo poteva ancora accadere nelle case editrici a struttura familiare, dove amorevolmente un testo veniva discusso in ogni fase da più collaboratori, ma difficilmente può accadere in una grande azienda dove tutto procede a catena di montaggio. Nuovi sbocchi professionali si offrono quindi a chi faccia sorgere studi specializzati nell’editing, a cui il libro venga dato in appalto, e dove sia seguito con passione parola per parola.

tratto da: Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2001, pp. 273-274

Yukio Mishima, Musica.
Si tratta senz’altro di un libro sorprendente. Un libro che parla di una donna che non riesce a sentire "la musica" (che è una metafora del piacere sessuale) e dell’uomo, il suo psicanalista, che, con l’abilità e l’intuizione di un investigatore, porta alla luce tutti i misteri e i dolori che si nascondono nel cuore della donna.
Yukio Mishima affronta sempre in un modo molto particolare tutti i problemi di natura sessuale che affliggono i protagonisti dei suoi libri. In Giappone la morale è diversa che in Occidente e questo comporta un diverso modo di vedere le cose. Mi sembra che tutto venga risolto a un livello più mistico.
Un bel libro, da leggere con un po’ di attenzione, come tutti i libri di Mishima… e forse per questo, alla ricerca di un po’ di levità, ieri sera mi sono messa a leggere L’opera struggente di un formidabile genio, di Dave Eggers, sono a pagina 92 e questo già si preannuncia un libro fantastico.

in tutto, oggi, ho inviato 53 curriculum, anche ad aziende nelle quali non metterei un piede neanche con gli anfibi, ma che ci vuoi fare, mi sembrava brutto snobbarli!

… nuova testata, e, se ce la faccio, una foto nuova ogni tanto non mancherà… e magari le prossime saranno scattate da me!
(tutti questi puntini di sospensione sono per il sig. Di Stefano… in realtà è per colpa sua che mi sono sentita in dovere di comprare il Prontuario di punteggiatura)